Alla fine entrare, entrarci dentro fino al collo in questi pomeriggi di maggio che non è che non torneranno più, ma potrebbero moltiplicarsi, moltiplicato il vento e gli scogli asciutti, il groppo in gola delle cose non dette e di quelle capite, gli stupori, moltiplicato il profumo del tuo collo e la pulsazione sentita sulla tua scapola. Per poi scoprire che quando eravamo embrioni ci siamo avvicinati, le pance delle nostre madri vicine, a fianco del mare, ma non ti ricordo, non ricordo che il presente e violenti bagliori di immagini passate che un po' di male fanno.
Il giorno che ho visto e ascoltato Nanni Moretti ho pensato che tutto trovava finalmente un senso. Non solo grazie a lui, alla sua voce lenta e ragionata e a quell'indignazione che sta sempre sul punto di essere liberata, e alla barba, di Nanni Moretti, e le camicie che indossa, avevano un senso le parole e i minuti spesi a pensare di poter fare e creare. Avevano un senso le panchine che ho occupato quando avevo bisogno di fermarmi a prendere un libro e leggere, riprendere fiato. Avevano un senso i battiti qui sotto, tutto è stato di nuovo dritto e la testa mi ha fatto meno male. Ho lo stomaco che è da buttare, ma resiste, si gira e rigira e contrae quando stai per arrivare. E il cuore che se ne frega, che continua.
mercoledì 11 maggio 2011
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