In treno oggi c'era un ragazzo che aveva male al piede sinistro e al telefono con qualcuno parlava di raggi e di ospedali, e poi quando ha chiuso la chiamata ha aperto un libro e ho visto che era Lettera al padre di Kafka, lacerante. L'ho letto durante le scuole medie, troppi anni fa, talmente lontani che a volte scordo di averlo amato così tanto. Mi ci ritrovavo, semplicemente. Nell'inadeguatezza, nell'incomprensione, nelle orme fossili che poi non sono più esatte, nelle parole non dette.
Con te non voglio avercele, di parole non dette rimaste bloccate in gola e a circolare nella testa. La regola è prendere coraggio e respiro, raggiungere il mare e buttarsi, o semplicemente ammirare il tramonto che fa diventare tutto arancione, e le persone si avvicinano al muretto per poter guardare meglio fregandosene del freddo e del maestrale di questo mese potente e incerto, fatto di passi felpati e delle primissime ciliegie. Noi restiamo dentro, parliamo delle utopie di John Lennon e di quanto ci assomigli la canzone Hello, Goodbye, che discorsi, dici, incredulo. Io, anche senza occhiali, ti vedo.
V. quando ride. E' l'unica immagine di cui potrei vivere oggi diciotto maggio.
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