giovedì 17 novembre 2011

Sessantuno

Le tue ciglia bagnate quel pomeriggio al mare erano il particolare più bello dell'estate.
Che questa storia dei particolari, dell'unghia spezzata, del filo della barba fuori posto, della grafia che per un attimo diventa storta quando non ci sono righe, della parola che ti sconvolge l'intero racconto, è una storia complicata. E' un tipo di attenzione che non sempre eserciti, preso dall'enormità di quello che ti circonda - a me, per esempio, piace tantissimo osservare le case, i palazzi, vedere se le persiane sono chiuse o aperte e se le luci sono spente o accese. All'improvviso mi circonda un calore particolare, quasi materno, pieno di profumi conosciuti. Spesso mi sorprendi col naso all'insù, come ad inseguire un odore o il momento in cui una tapparella viene buttata giù. La giornata sta finendo.
Leggo contemporaneamente Thackeray e Pinketts, distanze incredibili che come molle si allungano e si accorciano e su quelle molle ballano i sentimenti che pur dopo anni e anni sono sempre gli stessi, identici, in qualsiasi libro o canzone. Immutati restano l'amore, la rabbia, la gelosia, il groviglio di sensazioni nello stomaco, l'umorismo. C'è qualcosa di rassicurante in questo, nel non cambiamento mentre il resto muta senza pietà, con fretta. Sarebbe bello, un giorno a caso, poter dire oggi non ho fretta e ascoltare le ore che scivolano e non provare nulla, niente di niente. Come una pulizia interiore che dura giusto il tempo di cancellare quello che non ci serve, il superfluo, i ricordi arrugginiti, i giorni (troppi) passati ad aspettare.

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