Lo studio del mio ginecologo ha di inquietante almeno trecento bamboline di porcellana allineate nella sala d'aspetto, dietro i vetri di un lungo mobile. Sembrano guardarti e sbeffeggiarti, e di certo nel momento dell'attesa non si riesce a guardare altro.
Fare tutto da sola, vedermela da me: sta accadendo in questi giorni più che in altri. Mi sto armando di un coraggio che, come sempre, non sapevo di avere, e vado, prendo la macchina, parcheggio, salgo su ascensori stretti, sbaglio piani, mi siedo e il cuore pulsa, pulsa, prima piano e poi sempre più velocemente. Ogni cosa si avvia verso la sua parte più chiara e risolvibile, passo dopo passo. A fine giornata, sento di pesare meno.
Il colore arancio spento del tramonto è durato pochissimi minuti, qui di fronte a me. La finestra è aperta perché un piacevole maestrale ha deciso di farsi sentire, finalmente, e mi sta sfiorando le gambe come fosse un gatto in cerca di carezze. L'Eugénie Grandet di Balzac mi scruta da pochi centimentri come a chiedermi quando (ri)incomincerò a leggere, tra una corsa e l'altra, e io guardo il volume con occhi pieni di fiducia - tra l'altro, l'autore mi è stato consigliato da una persona bella che ho conosciuto una settimana fa e adesso è già via; si chiama Isabella come mia nonna e, per uno strano senso di appartenenza e corrispondenza, le ho voluto subito bene.
Tra tre giorni si parte, rivedrò di nuovo le nuvole da un'altra angolazione, immaginando di poterle toccare e maneggiare come fosse ovatta. La nuova Moleskine è pronta per essere macchiata d'inchiostro e riempita di biglietti e carte varie. Dicono che il Belgio sia pieno di fiori, e anche l'Olanda.
venerdì 10 agosto 2012
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