La mia migliore amica ha ottantadue anni. Ne ho avuta un'altra, prima, direi molto più giovane, ma non sapeva ascoltare - solo da poco mi è venuto il presentimento che facesse finta, ogni volta, di aprire le orecchie e il cuore (che presunzione) alle poche cose che le dicevo, poche perchè io sono fatta così - e niente, è passata come tutto passa. La mia migliore amica ha capelli di perla, ama le piante, i fiori e i ricordi, motivo per cui andiamo molto d'accordo, ed è bellissimo vedere i suoi occhi perdersi nel luccichio degli anni passati, piccolo bagliore che non si è ancora spento (conoscendola, non si spegnerà mai). La sua casa è la casa sul mare, dimora dalle pareti doppie e dal fresco incontrastrato, pare che il caldo non trapassi mai le mura pesanti ricoperte di diversi quadri, nella sua sala c'è persino un arazzo, proprio di fronte al tavolo di legno massiccio protagonista vivace e imbandito di feste e nascite.
Lei è bella perchè ha addosso di tutto: dolori, allegrie, lotte, emozioni incancellabili, forse anche parecchi segreti. E' forte e ha ancora tanto fiato, lo stesso che desidererei io alla sua età, e cammina piano perchè non ha bisogno di correre da nessuna parte, indossa le scarpe nere di una vita e parte, scende le scale, va a comprare il pane. E' una matriarca piena di dolcezza, è la fortezza del mio passato, e per me ha lo stesso colore acceso della frutta che compriamo insieme al mercato, viva, zuccherosa. Da vera amica, cerco con tutta me stessa farle conoscere poco il senso inevitabile della solitudine, che è un sentimento che fa male, ti si attacca alla pelle come fa il sudore, poi per uscirne hai bisogno di sconvolgimenti vari che non sempre sei in grado di affrontare. Vado da lei, allora, appendo la borsa alla spalliera della sedia, prendo il succo all'arancia, mi siedo, la guardo, osservo le mani piene di vissuto - quante cose avranno toccato, sfiorato, afferrato? - e aspetto che inizi a parlare.
sabato 17 settembre 2011
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