martedì 13 settembre 2011

Cinquantaquattro

Mi chiami e mi dici che hai rischiato di morire due volte, oggi. Le mani ti tremano ancora e lo sento attraverso la cornetta del telefono, vibra tutto, la voce, gli occhi inquieti, io mi stendo sul letto e ascolto in silenzio, ed è come se una parte del corpo mi stesse abbandonando per correre da te. Le braccia per stringerti e i polmoni per ridarti il respiro.
Sta attento, qui nessuno ti guarda in faccia, tutti corrono corrono ma dova cazzo corrono, quindi sta attento sempre, sempre. Vorrei che niente ti facesse male, nemmeno una spinta per sbaglio, vorrei che ci fossero solo carezze e piume. Mi metto un giubbotto antiproiettile e mi schiero davanti a te, alla tua ricchezza, alla bellezza che ti porti dietro ad ogni passo e nemmeno te ne accorgi, che ti osservo come se stessi scrutando una statua, nei particolari, negli angoli più nascosti per scoprire un difetto che non riesco a trovare quasi mai. Penso che ci farebbe bene un regalo che vada oltre noi stessi, un viaggio, una strada diversa da percorrere. Mettere su De Gregori e partire, fermarsi all'autogrill, fare una fila lunghissima per un caffè, accarezzarti la nuca mentre guidi, dormire sulla tua spalla ossuta e bianchissima.

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