lunedì 23 gennaio 2012

Sessantasette

In un noce, sulla sella del tronco, c'era un incavo a conca, la ferita d'un antico lavoro d'ascia, e là era uno dei rifugi di Cosimo. C'era stesa una pelle di cinghiale, e intorno posati una fiasca, qualche arnese, una ciotola.
Viola si buttò sul cinghiale. - Ci hai portato altre donne?
Lui esitò. E Viola: - Se non ce ne hai portate sei un uomo da nulla.
- Sì... Qualcuna...
Si prese uno schiaffo in faccia a piena palma. - Così m'aspettavi?
Cosimo si passava la mano sulla guancia rossa e non sapeva cosa dire; ma lei già pareva tornata ben disposta: - E com'erano? Dimmi: com'erano?
- Non come te, Viola, non come te...
- Cosa sai di come sono io, eh, cosa sai?
S'era fatta dolce, e Cosimo a questi passaggi repentini non finiva di stupirsi. Le venne vicino. Viola era d'oro e miele.
- Di'...
- Di'...
Si conobbero. Lui conobbe lei e se stesso, perché in verità non s'era mai saputo. E lei conobbe lui e se stessa, perché pur essendosi saputa sempre, mai s'era potuta riconoscere così.


(Amo Calvino perché è questo, è tutto qui e milioni di altre cose ancora, perché è colorato, perché quel noce pare pulsare di amore di rossore di gelosia e dolcezza, e ogni cosa diventa fortissima).

Non come te, non come te, mai. Mai niente sarà come i tuoi occhi di nocciola, e come Viola anche tu sei d'oro e miele, nei capelli, sulla nuca. Mai niente come le tue mani.

Nessun commento:

Posta un commento