mercoledì 16 febbraio 2011

Tredici

Le ho tenuto le mani e abbiamo finto di stare dietro a un muro invisibile, o dietro il quadro immaginario, i palmi a esplorarne la superficie, poi, a rischio di dir troppo, ho tenuto una delle sue mani sui miei occhi e l'altra sui suoi, "Sei troppo buono con me" ha detto, io ho appoggiato le sue mani sul mio capo e ho fatto sì e lei ha riso, mi piace tanto quando ride, anche se in verità non sono innamorato di lei, ha detto: "Ti amo", io le ho spiegato come mi sentivo, gliel'ho spiegato in questo modo: le ho sollevato le mani di lato, le ho puntato gli indici l'uno verso l'altro e lentamente, molto lentamente, li ho avvicinati, e più si avvicinavano e più lentamente li spingevo finchè, quando erano lì lì per toccarsi, quando erano solo a una pagina di dizionario dal toccarsi, premendo i lati opposti della parola amore, li ho fermati, li ho fermati e tenuti lì.

Come qualcosa che si ferma all'improvviso e si lascia guardare, con delusione, è quello che io provo. Che si blocca nella sua disfatta, come il non amore descritto in questo passo, il libro in questione vorrei tanto tornare a luglio per potermelo rileggere col cuore in pace, così come ho fatto, nel sole dell'estate, io che l'estate la detesto.
La stessa malinconia di Nanni Moretti in Palombella rossa, che ieri ho rivisto e magari non dovevo, insomma, c'erano cose molto più importanti, c'era che alle due di notte -per me le due non saranno mai mattina- ero ancora sveglia con gli occhi sbarrati e mi dicevo fa che arrivi qui qualcuno a darmi una botta in testa, tentativi striduli. Le merendine, i pomeriggi di maggio non torneranno più.

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