Trentuno non è il numero di questo mese che è racchiuso in trenta giorni che vorrei non finissero - questo sole che non scalda abbastanza, le tue ore che ritornano per poi finire, le messe saltate perchè non credo più in nulla, gli scalini dove ci mettiamo a ragionare incuranti di chi ci passa vicino con le sue scarpe il suo giubbotto i suoi capelli, tutte le cose che ho visto e sentito, ad aprile, e tra queste ci sei tu che probabilmente resterai la migliore perchè sei un mare senza onde come i mari della Grecia, o quelli che sfioro in punta di piedi nelle sere d'agosto, nel nero pesto, con una maglietta bianca e la cordicina del costume che fa male alla nuca. E pensarti è pericoloso più o meno quanto ascoltare Luigi Tenco la mattina presto, che rischi di portarti addosso strascichi di nostalgia, mancanza e bellezza che potresti non reggere.
Perdevo pezzi di me che più avrei ritrovato, esattamente un anno fa. Perdevo i tuoi occhiali che chissà dove saranno adesso e il modo che avevi di arricciare il naso quando il sole copriva le tue pupille che si dilatavano, perdevo la tua forza incredibile e le gambe da gnu che ti portavano ovunque, mi è rimasto tutto e niente, se guardo nel bicchiere le cose strabordano e poi un attimo dopo c'è il rumore del vuoto, lo stesso che fa lo stomaco quando vuol essere riempito di cibo. Liò, ma che ci fai lì?
Vorrei che la mia vita fosse come la colonna sonora che Nino Rota ha composto per il film di Fellini Otto e mezzo, ecco.
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