lunedì 17 febbraio 2014

Novanta

Respiro e scrivo tutto quello che mi manca
È un'assurda specie di preghiera

Le prime due coccinelle dell'anno erano sulle lenzuola che avevo deciso di rientrare, ci ho giocherellato un po' tra le dita e, infantile, ho espresso un desiderio. La seconda coccinella, al contrario della prima, ha spiccato un bel volo, decisa, in alto, con le sue alette nere, come a promettermi che la mia volontà, nel bene o nel male, potrà esaudirsi. Niente di eccezionale, comunque.
Inizio a starnutire per colpa di tutti questi pollini inaspettati, fa caldo e io non lo sopporto, non a febbraio - vado ancora in giro col parka, la sciarpa a fiori, le scarpe invernali; non sono pronta a svestirmi di nuovo, a svelarmi (non lo sono mai). Allungherei volentieri per un altro po' di tempo questo inverno strano, mai del tutto gelido, lentissimo e pigro. Ho voglia di tornare a lezione, di muovermi, di prendere appunti senza dar riposo alla mano, perché le quattro mura, dal proteggermi, adesso mi stanno strette. Appena ne ho la possibilità esco, anche sola, soprattutto sola, cammino o mi metto in macchina o sul motore e faccio prendere aria al cervello, il quale ultimamente ha il tristissimo compito di inglobare in sé una marea di cose che non lo interessano, che gli sono ostili, un sacco di roba sulla grammatica, schematica e tecnica. Mi ribello: voglio studiare le poesie, voglio che mi vengano assegnati interi di libri da leggere e commentare, conoscere meglio gli autori che in passato ho solo incontrato di sfuggita perché la professoressa di lettere doveva finire il programma entro l'anno. Non voglio la fonetica e l'analisi logica.
Voglio il freddo. Voglio che l'infiammazione che ti ha colpito per colpa di questo tempo impazzito se ne vada al più presto, ti lasci in pace, voglio che il petto non ti faccia male quando respiri perché arriva a far male anche a me.

lunedì 10 febbraio 2014

Ottantanove

Oggi ho preso la vespa per la prima volta dall'inizio di quest'anno. Non sembrava correre, ma decollare. E al ritorno, verso casa, la pioggia mi cadeva addosso così leggera da sembrare una benedizione, più che un castigo, più che una sfortuna.
E sempre oggi, per la seconda volta, ho deciso di dare un'altra occasione a La metamorfosi di Kafka. Ho letto sì e no tre pagine e poi ho chiuso. Non è quello di cui ho bisogno adesso (o forse mai?), perché mi piacerebbe trovarmi davanti ad una storia che mi rapisca completamente, fisicamente, che si porti via un po' del grigiore che ho nella testa, un personaggio di cui innamorarmi alla follia. Una storia d'amore con un libro. 

domenica 9 febbraio 2014

Ottantotto

Sono un pagliaccio. Mi prometto molte volte di tornare a scrivere, buttar giù qualche riga, poi mi dimentico, i pensieri fuggono via e ogni cosa rimane bianca e mi giustifico con me stessa dicendomi che non erano allora così importanti. Vivo così, quasi inconsapevole di quello che succede, tra la volontà fermissima di voler marchiare a fuoco le cose, fissarle da qualche parte, e l'indifferenza più sfacciata. 
Perché nonostante io abiti in un corpo che da quasi tre anni abbia deciso di non funzionare più a dovere, ho capito che ci sono delle cose, dei piccoli miracoli, che valgono l'impegno e meritano del tempo per essere contemplati e rivisti nella mente. Ha importanza pensare di avere una famiglia bellissima, un ragazzo stupendo e pochi, ma giustissimi, amici. Di avere i libri. Di avere delle banali passioni che però sono vivificanti. 
Oggi ho rivisto il sangue dopo mesi e ho provato dolore. Il primo, vero sangue spontaneo e vivo, dopo mesi che me lo sono fatto tirare via per le analisi e per i controlli. Come una stupida, seduta sul cesso, ho pianto. Il mio corpo lentissimo e imperfetto è stato di nuovo forte e normale (è una cronaca tristissima e nient'affatto appassionante, me ne rendo conto). Adesso, per un po', voglio dimenticarmi di lui.