Arriva sempre il giorno per fare il punto della situazione, una specie di resa dei conti ma di dimensioni più piccole. Uno di quei giorni terribili in cui potrebbe scoppiarti la testa di succo del passato, come un'arancia esplosa. Ieri non riuscivo a ricordare il primo verso della canzone che era mia e sua, mentre la musica iniziale ce l'avevo ben presente ma le parole, quelle non arrivavano. Mi è salito il panico su per la gola e con gli occhi sbarrati dallo stupore pensavo non può essere, non può essere. E' stato un incredibile, emblematico accadimento. Sono lontana dalla persona che negli ultimi sei anni mi ha fatto più ridere di quelle risate dalla pancia che sta per crollare e che trema, con le lacrime ferme agli angoli esterni degli occhi. Quanto può fare male una cosa così?
Ho toccato le lenzuola, mi sono inginocchiato e ho annusato il cuscino, volevo tutto quello che potevo avere di te, volevo la polvere.
Fa male, malissimo.
La tenda non si muove, non c'è vento, c'è soltanto un sole fortissimo che si contrasta con le nuvole rapide, che batte sulle macchine parcheggiate ed è impossibile respirare, poi. Oggi in biblioteca c'era il fresco e stavo bene, Lucrezia di fronte a me traduceva ed era tutto in ordine, e ogni tanto alzavo lo sguardo e lo perdevo tra i libri per bambini che ci circondavano, tutti quei colori innaturali. Ho spesso un unico pensiero che corre, ed è quello di quando arrivi. I tuoi capelli che sembrano di paglia, sapere in quale punto della nuca cominciano, sotto la mia mano che sta imparando a non tremare più. Il sangue mio circola impazzito e non ho parole per dirlo nonostante la pienezza, circola come noi due per le strade che sembriamo e siamo reduci ed è così chiaro, ci stiamo curando a vicenda, piano, questa guarigione ha l'odore del tuo profumo.
martedì 24 maggio 2011
mercoledì 18 maggio 2011
Trentasei
In treno oggi c'era un ragazzo che aveva male al piede sinistro e al telefono con qualcuno parlava di raggi e di ospedali, e poi quando ha chiuso la chiamata ha aperto un libro e ho visto che era Lettera al padre di Kafka, lacerante. L'ho letto durante le scuole medie, troppi anni fa, talmente lontani che a volte scordo di averlo amato così tanto. Mi ci ritrovavo, semplicemente. Nell'inadeguatezza, nell'incomprensione, nelle orme fossili che poi non sono più esatte, nelle parole non dette.
Con te non voglio avercele, di parole non dette rimaste bloccate in gola e a circolare nella testa. La regola è prendere coraggio e respiro, raggiungere il mare e buttarsi, o semplicemente ammirare il tramonto che fa diventare tutto arancione, e le persone si avvicinano al muretto per poter guardare meglio fregandosene del freddo e del maestrale di questo mese potente e incerto, fatto di passi felpati e delle primissime ciliegie. Noi restiamo dentro, parliamo delle utopie di John Lennon e di quanto ci assomigli la canzone Hello, Goodbye, che discorsi, dici, incredulo. Io, anche senza occhiali, ti vedo.
V. quando ride. E' l'unica immagine di cui potrei vivere oggi diciotto maggio.
Con te non voglio avercele, di parole non dette rimaste bloccate in gola e a circolare nella testa. La regola è prendere coraggio e respiro, raggiungere il mare e buttarsi, o semplicemente ammirare il tramonto che fa diventare tutto arancione, e le persone si avvicinano al muretto per poter guardare meglio fregandosene del freddo e del maestrale di questo mese potente e incerto, fatto di passi felpati e delle primissime ciliegie. Noi restiamo dentro, parliamo delle utopie di John Lennon e di quanto ci assomigli la canzone Hello, Goodbye, che discorsi, dici, incredulo. Io, anche senza occhiali, ti vedo.
V. quando ride. E' l'unica immagine di cui potrei vivere oggi diciotto maggio.
mercoledì 11 maggio 2011
Trentacinque
Alla fine entrare, entrarci dentro fino al collo in questi pomeriggi di maggio che non è che non torneranno più, ma potrebbero moltiplicarsi, moltiplicato il vento e gli scogli asciutti, il groppo in gola delle cose non dette e di quelle capite, gli stupori, moltiplicato il profumo del tuo collo e la pulsazione sentita sulla tua scapola. Per poi scoprire che quando eravamo embrioni ci siamo avvicinati, le pance delle nostre madri vicine, a fianco del mare, ma non ti ricordo, non ricordo che il presente e violenti bagliori di immagini passate che un po' di male fanno.
Il giorno che ho visto e ascoltato Nanni Moretti ho pensato che tutto trovava finalmente un senso. Non solo grazie a lui, alla sua voce lenta e ragionata e a quell'indignazione che sta sempre sul punto di essere liberata, e alla barba, di Nanni Moretti, e le camicie che indossa, avevano un senso le parole e i minuti spesi a pensare di poter fare e creare. Avevano un senso le panchine che ho occupato quando avevo bisogno di fermarmi a prendere un libro e leggere, riprendere fiato. Avevano un senso i battiti qui sotto, tutto è stato di nuovo dritto e la testa mi ha fatto meno male. Ho lo stomaco che è da buttare, ma resiste, si gira e rigira e contrae quando stai per arrivare. E il cuore che se ne frega, che continua.
Il giorno che ho visto e ascoltato Nanni Moretti ho pensato che tutto trovava finalmente un senso. Non solo grazie a lui, alla sua voce lenta e ragionata e a quell'indignazione che sta sempre sul punto di essere liberata, e alla barba, di Nanni Moretti, e le camicie che indossa, avevano un senso le parole e i minuti spesi a pensare di poter fare e creare. Avevano un senso le panchine che ho occupato quando avevo bisogno di fermarmi a prendere un libro e leggere, riprendere fiato. Avevano un senso i battiti qui sotto, tutto è stato di nuovo dritto e la testa mi ha fatto meno male. Ho lo stomaco che è da buttare, ma resiste, si gira e rigira e contrae quando stai per arrivare. E il cuore che se ne frega, che continua.
lunedì 2 maggio 2011
Trentaquattro
Una delle prime cose che mi vengono in mente quando penso a un mio amico che si chiama Dario è che trema, ha le mani sempre vibranti di qualcosa che non ci siamo mai riusciti a spiegare in tanti anni di amicizia e cose condivise che non erano solo i banchi, vicini, di scuola. C'era da impazzire. Oggi sono io che tremo sul vialetto di casa nel non-freddo di maggio, avanti e indietro, cammino, aspetto di mettermi il cuore in pace, aspetto le lucertole che mi fanno sussultare quando corrono nell'erba alta che nessuno taglia più; c'era una biscia, o almeno credo che fosse stata una biscia, che l'altro giorno sbatteva contro il muro del vivaio, nera, lucida, calda di sole. Ho saltato fino in strada, col sangue alla testa, maledicendo questa distrazione, questa testa sempre nel posto dove non dovrebbe essere, con la musica nelle orecchie che fa il resto e, molto spesso, fa del male, in tutti i sensi. Quel serpente mi ha portato fortuna dal momento che, credendolo come qualche strano presagio (da brava pessimista), ultimamente ci sia troppo bene, in questa vita sbandata, che segue il mio cervello pesante. Del bene. Del bene nella tua spalla destra, in quel solo punto dove si racchiude tutto, qualora la parola tutto abbia un senso. Il naso affondato nei tuoi effetti benefici e curativi, e tremo, tremo manco fosse dicembre e fosse natale e fosse la paura di quei giorni, ma la paura la riconosco, è sgradevole, è adrenalinica. Pietra serena è il mio cuor, ha scritto Gipi quella volta. Pietra serena è il mio cuore che batte nel rosso.
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