lunedì 2 maggio 2011

Trentaquattro

Una delle prime cose che mi vengono in mente quando penso a un mio amico che si chiama Dario è che trema, ha le mani sempre vibranti di qualcosa che non ci siamo mai riusciti a spiegare in tanti anni di amicizia e cose condivise che non erano solo i banchi, vicini, di scuola. C'era da impazzire. Oggi sono io che tremo sul vialetto di casa nel non-freddo di maggio, avanti e indietro, cammino, aspetto di mettermi il cuore in pace, aspetto le lucertole che mi fanno sussultare quando corrono nell'erba alta che nessuno taglia più; c'era una biscia, o almeno credo che fosse stata una biscia, che l'altro giorno sbatteva contro il muro del vivaio, nera, lucida, calda di sole. Ho saltato fino in strada, col sangue alla testa, maledicendo questa distrazione, questa testa sempre nel posto dove non dovrebbe essere, con la musica nelle orecchie che fa il resto e, molto spesso, fa del male, in tutti i sensi. Quel serpente mi ha portato fortuna dal momento che, credendolo come qualche strano presagio (da brava pessimista), ultimamente ci sia troppo bene, in questa vita sbandata, che segue il mio cervello pesante. Del bene. Del bene nella tua spalla destra, in quel solo punto dove si racchiude tutto, qualora la parola tutto abbia un senso. Il naso affondato nei tuoi effetti benefici e curativi, e tremo, tremo manco fosse dicembre e fosse natale e fosse la paura di quei giorni, ma la paura la riconosco, è sgradevole, è adrenalinica. Pietra serena è il mio cuor, ha scritto Gipi quella volta. Pietra serena è il mio cuore che batte nel rosso.

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