mercoledì 30 marzo 2011

Venticinque

Una cosa di una forza inaudita e impagabilmente preziosa è tornare nei posti dei ricordi; oggi sono stata a Vienna e nella vecchia casa di Francesca. Ho in mente, prima di tutto il resto, i colori della Kegelgasse che sembrava di essere in un film di Tim Burton, i palazzi illuminati di sera con le luci giallo arancioni, quella via lunghissima dove stava il ristorante che ogni sera ci serviva lo stesso menu. Le pareti della stanza d'albergo erano bianche, e le persiane di legno, all'apertura, ci davano solo gelo e neve - non credo di aver visto così tanta leggerezza in tutta la mia vita.
A casa di Francesca si ascoltavano i Queen e sua mamma che mi domandava che libro stessi leggendo in quel momento, le scale che conducevano all'ingresso erano alte e la ringhiera al loro lato traballava, adesso cado, adesso cado, mi dicevo, ma non è mai successo. Succede oggi che ho questo passo strano di piedi freddi in scarpe di tela, a fine marzo ho cominciato a lavorare in un posto dove si fanno feste per bambini (che mi chiamano "signora" e gesticolano con quelle manine appiccicose, sempre) e dove le mamme sono troppo esigenti, dove catturo sorrisi e occhi ovunque, cinque ore di occhi. Tra una pizza e una cocacola da riempire.
Aprile si apre con i Beatles, come ogni anno.

domenica 27 marzo 2011

Ventiquattro

Avevo questo strano desiderio ieri, di un gelato al melone e doppia panna in compagnia per il bellissimo sole che c'era ma l'alternativa è stata prendere la macchina, mettere su Battisti e cantare forte che questo è il tempo di vivere con te che non ci sei, ma ci sono le margherite e i mandorli in fiore, e i cieli immensi e immenso amore (al di fuori di me). Dentro, voragini a strapiombo, come alcune parti della costa pugliese.



Martina è la prima cosa bella.

giovedì 24 marzo 2011

Ventitrè

I ragazzini dei primi anni delle superiori sono incredibilmente volgari e stupidi e non fanno niente (ma proprio niente) per dimostrare il contrario, non dico a me e all'altra gente che è costretta in treno e in qualunque altro luogo a sorbirsi le cretinate che escono dalle loro belle bocche di viziati, ma più che altro per loro stessi, per quel po' di timore che dovrebbero avere ma che non conoscono, per essere credibili. E' anche per questo motivo che ho regalato a Martina Il barone rampante qualche tempo fa (non una delle mie due copie, un'altra ancora) così che capisca quanto sia importante - oltre che bello, ma questo lo si capisce solo dopo qualche tempo, al termine dei dolori e delle incomprensioni - staccarsi dal pensiero comunque, coltivare la ribellione, quella educata, sensata, ed avere interessi che non siano le unghie laccate e il trovare il modo più figo per dire una parolaccia, che schifo, che spreco.

So che questa paternale non serve a nulla scriverla qui ma la scrivo comunque altrimenti mi sarebbe ronzata in testa senza scampo inquinando tutti gli altri pensieri, ne ho fatti alcuni di bellissimi oggi pomeriggio, per strada riflettevo sui rumori, su quanto sarebbe bello trovare un modo per rappresentarli tutti. La cannuccia che buca la stagnola del succo di frutta in cartone; il vento che sfiora le orecchie (il rumore più cinematografico insieme a quello delle macchine che sfrecciano via a pochi passi da te); la pagina di un quotidiano che viene girata e quel po' di colore che ti resta sulle dita; il coperchio della crema per il viso aperto e chiuso; le voci delle rumene sempre sorridenti sulle panchine davanti alla facoltà di Lettere; l'acqua che bolle l'acqua che scorre sulle mani sugli scogli sulle strade quando piove; la molla che scivola dai capelli quando li sciolgo (avviene con un pò di difficoltà e dolore perchè li ho ricci); la sedia del cinema quando l'abbassi per sederti - in quel momento lì, facci caso, sei solito fare sempre un sospiro di sollievo.

sabato 19 marzo 2011

Ventidue

Sono tornate le fragole.
Sono tornate le fragole e domani è primavera, una stagione che per me non ha ragione di essere, detestabile per la sua instabilità, per il freddo e il caldo insieme. Fosse per me vivrei solo di ombrelli chiusi nello zaino, di sciarpe, del buio che arriva quasi subito - scherzando mi dici spesso che sembro uscire dalle tenebre ogni volta, io sono il corvo Joe, faccio spavento.
Ricordo benissimo che un anno fa, esattamente un anno fa, ero seduta su una panchina e piangevo un amore che finiva (s'ingrandiva ancora di più, in realtà, ma questo l'avrei scoperto poco dopo), ricordo il prato inglese e una terribile musica da discoteca in sottofondo, non credo che scorderò mai quella festa di compleanno che era proprio una di quelle alle quali non puoi sottrarti e non ero contenta, il venti marzo scorso, ma sconsolata e arrabbiata, e non l'ho mai più provata una sensazione così. Da allora non ho più ritrovato la copiosità della sofferenza che solo l'amore può darti, quando come un bicchiere si frantuma cadendo sul pavimento, intorno ai tuoi piedi. Non ho ballato perchè non so ballare e perchè mi vergogno, avrei voluto strafare e strafarmi di occasioni e divertimento ma non ci sono riuscità (non ci riesco mai), non ho fatto niente come da prassi, non mi sono neanche innamorata di nuovo se non di cose fugaci, di fotografie scattate con le palpebre, del miele che scivola dal cucchiaino, di un personaggio di un libro, della sua descrizione. Immobile.

Caro diario, sono felice solo in mare, nel tragitto tra un'isola che ho appena lasciato e un'altra che devo raggiungere.

mercoledì 16 marzo 2011

Ventuno

Stanotte ho sognato Nanni Moretti ed Ecce bombo, che io non ero nemmeno nata quando è uscito quel film, più di trent'anni fa, e nemmeno mio fratello e allora mi chiedo perchè, e pure l'altra notte è successo, che mi ritrovavo in treno con Troisi che però non parlava, guardava solo fuori dal finestrino. Non ricordo nemmeno quale paesaggio corresse fuori. Eppure, parlarci, mi sarebbe piaciuto.



Sarà stato per questa scena, sicuramente. Per i caffè bevuti, e le risate che non venivano così bene fuori da tanto, dal cuore anoressico, come direbbe Giorgio Canali. Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?

lunedì 14 marzo 2011

Venti

La brina, le pozzanghere che evaporano, la patina di opaco e quella di acqua sulle bottiglie quando le esci dal freezer, la benzina che si consuma e tutte le stagioni. Avevamo la risata facile e sms da sprecare tanto non li pagavamo, gli appuntamenti e la volta che a quel colloquio di lavoro non facemmo affatto bella figura, avevamo le cartoline dalla Grecia e dalla Toscana, i malori uguali, e i parenti più cari a me e a te ce li hanno portati via le stesse malattie, e gli scogli battuti dal vento che ci spostava i capelli in bocca e i cappucci contro la nuca. Oggi sei tra le cose che passano, come tutto, come le foglie che non riescono a restare attaccate al ramo e le navi da crociera che vedo da casa mia, quando con mia madre ci domandiamo Ma dov'è che vanno? Dove va tutta quella gente? Poi rientriamo e ci prepariamo un tè al finocchio con i biscotti, suggellando io il mio silenzio e lei la sua loquacità, mentre penso a quanto donino un'ovvia serenità i gesti delle cinque di pomeriggio.
Eri l'antinoia, questo eri. E tutte le cose di colore giallo.

sabato 12 marzo 2011

Diciannove

Tutte le storie che ho letto di notte si svegliano e iniziano a galleggiare leggere nel buio, sembrano lucciole d'estate. Sono il monito fisso a ricordarmi che le cose belle esistono e sono possibili, sono la difesa e la consolazione al vuoto vertiginoso che si affaccia e mi saluta con la mano. Tutte quelle pagine - quando per sbaglio ne giro una con più forza torno indietro e la rigiro posandola sulle altre già lette, coprendola con il palmo della mano, come a proteggerla.

Oggi c'è un vento che non saprei dire da dove provenga, il mare stranamente non è agitato, questo mare vulnerabile che sta lì incurante in tutto il suo azzurro. E' il colore che fa più bene alla vita, da prenderne uno a cera e strofinarlo su un foglio bianco creando il cielo, sporcandosi le mani. I pollini fastidiosi cominciano a circolare, piccoli dispetti che mi fanno lacrimare gli occhi e levare continuamente gli occhiali, non che abbia qualcosa contro la primavera, no, solo il fatto che ispiri e porti più vita di quanta io ne riesca a vivere, tutto qui. Maledetta primavera, che fretta c'era. Che tutto ruota intorno ai soliti spazi, a questa scrivania con la polvere e le penne lasciate senza tappo, all'odore dei quotidiani, agli abbonamenti trenitalia e ai fiori che mi piacerebbe ricevere ma che mi limito ad abbozzare ai bordi degli appunti annoiati e scritti con scarsa volontà. Ciò che invece mi sta fuori è la visione di gente che non ha passioni, impecorita e banale, che scrive ancora con le cappa e senza vocali, stupida, incurante, di questi cuori che non hanno la certezza di nulla, e non sanno chi sono e che vogliono, e non sanno dove andranno.

martedì 8 marzo 2011

Diciotto

(Diciotto come gli anni che non ho più, per fortuna, che mica era avere diciott'anni, quello lì).
Cala il sole su tutto alle diciassette e venticinque, adesso, dovresti vederlo il palazzo di fronte che da rosa diventa giallo arancione sgargiante, non diresti che è ancora inverno, che siamo agli sgoccioli, perchè questa è stata la giornata più fredda della stagione. Dovresti vedere anche quella distesa gelida che è il mare verde scuro, non voglio nemmeno immaginare quanto possa essere bassa la sua temperatura, ecco, dovresti concentrarti sul punto (dura un attimo) in cui i binari del treno si avvicinano al margine del lungomare barese che diventa addirittura bellissimo da vedere, peccato che il pericolo in realtà non ci sia, le lastre di acciaio irremovibili poi si allontanano per correre attraverso percorsi con terreni semi abbandonati e vigneti con la plastica sopra. La poesia, e i pensieri, forse i migliori che mi vengono in mente, durano venti, venticinque minuti guardando fuori da quel finestrino lurido di fiati e impronte di sconosciuti.

(Comunque, quello non era avere diciotto anni perchè facevo fatica a parlare, ma se ci penso oggi è peggio, sono fuori, perchè non sono dove siete voi, c'è scritto in un libro che più bello non si può).

domenica 6 marzo 2011

Diciassette

Ripenso a quelle volte verso i tredici, quattordici anni, quando mio padre metteva allo stereo nella sala o nel lettore in macchina cassette e album dei Pink Floyd e io mi lamentavo e non sopportavo di dovermi sorbire quella musica che non mi diceva niente, era solo rumore, strano, che nemmeno rumore si può definire, e forse nemmeno suono, insomma, non volevo ascoltarli e gli dicevo, a mio padre Ma come fai a sentire cose così? Adesso, invece, a quasi vent'anni, guardiamo insieme il Live a Pompei con David Gilmour a torso nudo, le labbra di David Gilmour (ritengo fermamente che sia uno degli uomini più belli che abbia mai visto), i capelli lunghi di David Gilmour, e tutto il resto che è indescrivibile. Ci sediamo sul divano e mettiamo il dvd che subito parte, e ogni cosa diventa di un altro colore e non siamo sulla Terra. I piedi gli occhi le mani la musica le voci le orecchie il cuore sono tutti nell'aria a fluttuare.
Una volta ogni due o tre mesi, arriva il sabato e piove, ed è qualcosa di speciale. Il tempo e la mia volontà si uniscono e mi vengono incontro, finisco un libro, ne inizio un altro. Sono gli unici momenti della mia piccola esistenza in cui non vorrei mai un secondo per riprendere fiato, per pensare alla storia che ho lasciato e domandarmi come si rivelerà quella che ho appena aperto sulla mia vita e nella mia testa, perchè ci rifletto su durante il giorno, in treno, o quando alle tre di notte gli occhi non si chiudono. Per questo probabilmente amerò sempre la pioggia, seppur lieve e mossa dal vento, e i sabati che da lei sono bagnati.

martedì 1 marzo 2011

Sedici

I gabbiani s'inseguono e bevono dalle nuvole per non far piovere ma poi piove lo stesso. Passa il vento attraverso la finestra chiusa a doppia mandata e le gocce di pioggia imperlano il vetro, e poi cadono giù come se fossero di una pesantezza che in realtà non c'è perchè quanto vuoi che pesi una goccia di pioggia?
Francesco mi dice che sembro uscire dalle tenebre ogni volta, forse è vero, nel penitenziario mentale dove mi chiudo ci sono pochi spiragli di luce, ho una bassissima stima di me stessa che cerco di convertire in qualcosa di significativo di utile e perchè no, di bello. Oggi è il primo giorno di marzo e non ci sono state che nuvole perenni e vapori, sugli occhiali, sbuffi nel cuore, di soddisfazione e incredulità, e di tanto altro che non riesco a scrivere. Come quel giorno che non ricordavo ci fosse stato, quando sei caduto dalla bicicletta e non ti eri accorto del sangue che ti scendeva giù dal gomito, andavi avanti e non sentivi quel fastidioso dolore, flebile, sulla superficie della pelle perchè oltre fortunatamente non era andato, e quando hai notato il rosso ti sembrava di svenire, ti sei steso e la terra ti ha sporcato i polpacci. E subito dopo stavi meglio e hai visto il sole tra i rami.
Oggi è l'inizio di marzo, ho preso il mio primo trenta, ed è per te.