È un'assurda specie di preghiera
Le prime due coccinelle dell'anno erano sulle lenzuola che avevo deciso di rientrare, ci ho giocherellato un po' tra le dita e, infantile, ho espresso un desiderio. La seconda coccinella, al contrario della prima, ha spiccato un bel volo, decisa, in alto, con le sue alette nere, come a promettermi che la mia volontà, nel bene o nel male, potrà esaudirsi. Niente di eccezionale, comunque.
Inizio a starnutire per colpa di tutti questi pollini inaspettati, fa caldo e io non lo sopporto, non a febbraio - vado ancora in giro col parka, la sciarpa a fiori, le scarpe invernali; non sono pronta a svestirmi di nuovo, a svelarmi (non lo sono mai). Allungherei volentieri per un altro po' di tempo questo inverno strano, mai del tutto gelido, lentissimo e pigro. Ho voglia di tornare a lezione, di muovermi, di prendere appunti senza dar riposo alla mano, perché le quattro mura, dal proteggermi, adesso mi stanno strette. Appena ne ho la possibilità esco, anche sola, soprattutto sola, cammino o mi metto in macchina o sul motore e faccio prendere aria al cervello, il quale ultimamente ha il tristissimo compito di inglobare in sé una marea di cose che non lo interessano, che gli sono ostili, un sacco di roba sulla grammatica, schematica e tecnica. Mi ribello: voglio studiare le poesie, voglio che mi vengano assegnati interi di libri da leggere e commentare, conoscere meglio gli autori che in passato ho solo incontrato di sfuggita perché la professoressa di lettere doveva finire il programma entro l'anno. Non voglio la fonetica e l'analisi logica.
Voglio il freddo. Voglio che l'infiammazione che ti ha colpito per colpa di questo tempo impazzito se ne vada al più presto, ti lasci in pace, voglio che il petto non ti faccia male quando respiri perché arriva a far male anche a me.