domenica 15 luglio 2012

Settantasette

Su un sentiero ripido di montagna dove resta immobile la neve, sul balcone immenso a casa di mia nonna, con i gerani curatissimi e multicolore, con il mare che si vede benissimo e puoi immaginarne la freschezza e sentirne l'odore, all'ombra di un albero, sotto una panchina in una piazza di una grande città, anche se c'è caldo, anche se è deserta, sotto il getto d'aria condizionata di qualche museo, uno qualsiasi, con un taccuino in mano a prendere appunti, a segnarmi i titoli dei quadri, in vespa senza una meta pur di fermarmi in gelateria per il solito cono doppia panna e melone, o cocco, o fragola, sempre con un libro nella borsa perché ultimamente sono insofferente alle persone, che parlano parlano parlano e io non ascolto, voglio solo leggere, voglio tornare in piazza dell'Orologio ad ascoltare gli scrittori e tutte quelle parole che hanno e che sono sempre perfette, sembrano non sbagliare mai, vorrei che il quattordici agosto arrivasse subito per poter prendere l'aereo dopo tre anni, ed essere più vicina alle nuvole, al loro cotone, al loro vuoto, e osservare gli occhi di Vito davanti a quella bellezza.
Essere ovunque tranne che qui.

domenica 1 luglio 2012

Settantasei

Ieri siamo andati a vedere Molto forte, incredibilmente vicino e il cuore è restato in subbuglio per tutto il tempo, e il fiato corto si era bloccato in gola, perché il libro di quel film ha cambiato così tante cose, ha cambiato me, i miei occhi, e tutto ciò che dietro gli occhi c'è. E poi, scegliere lo spettacolo delle venti, di sabato sera, è un qualcosa di ardito. Si vede ancora, c'è luce, ci sono i bambini con le biciclette in piazza, e le mamme con le bottigliette d'acqua che si surriscaldano in mano, e i loro occhi attenti e severi.

Temo il tuo passato, è vero. E il mio, anche, nonostante sia incensurato e noioso, normalissimo, con diversi accenni di dolore, pennellate rosse e nere di solitudine, di rabbia, di troppe cose lasciate correre via - tra le tante, le famose parole non dette. Ci faccio i conti spesso, schivando le vie che mi ricordano la sofferenza o la felicità di un momento che non tornerà più e che oggi mi fa quasi paura. Tutte le mani che non proveranno di nuovo ad avvicinarsi, dita che non rivedo da troppo tempo, ma che rimangono vivide nella mia mente. Si muovono veloci come rondini.

sabato 30 giugno 2012

Settantacinque

Quanto tempo è passato.
Ultimamente sento il bisogno di scrivere sempre a qualcuno, ad un destinatario che possa leggere i miei pensieri scomposti, che possa commentarli, oppure accoglierli in silenzio. Tutto quello che mi viene da dire in questo momento riguarda ieri e quella festa alla quale mi sono sentita un pesce fuor d'acqua, che mi ha fatto piangere chiusa nel bagno di una rimessa, con il mascara ad offuscarmi gli occhi e tu che non ti sei accorto di niente perché era abbastanza buio, ma non così tanto da non poterti venire incontro e capire quanto tu possieda tutto quello che a me manca, l'allegria, la socievolezza, le parole da dire, siamo un incastro perfetto, riempi i miei vuoti con precisione e accuratezza, e questo mi consola, mi abbraccia come una coperta in un momento di freddo (a proposito, quando torni, inverno? quando torni, pioggia torrenziale?); riguarda il modo in cui mi hai aiutata ad infilare la maschera a mare affiché potessi vedere il fondale e tutto quello che vi abita, e i pesci allegri che nuotavano tra le tue gambe che sembrano alberi, alberi bellissimi; riguarda giugno che oggi va via nel segno del sangue e delle cicale che cantano, dei biglietti per Bruxelles pronti per agosto, per la radio che mamma accende in cucina mentre lava i piatti, e la sua voce che non sa le parole delle canzoni mi riempie di una tenerezza infantile e morbida come la sua pelle profumata del profumo che le abbiamo regalato il giorno del venticinquesimo con papà, quando ha appeso il suo abito color sabbia come se fosse proprio il giorno del suo matrimonio e lì ci fosse il vestito da sposa che ora è a casa di mia nonna, sopra ad un armadio; mia nonna e i suoi sorrisi che non conoscono arrendevolezza, come le sue mani, come le sue gambe, ed io ogni volta che la vedo mi rendo conto di quanto la amo, perché è la mia migliore amica, semplicemente.
Luglio, cerca di essere indulgente, solo questo.

venerdì 27 aprile 2012

Settantaquattro

Accordami i polsi che è da un po' che non scrivo più. Questi ultimi giorni sono trascorsi nel trambusto e nel via vai tra case, viali, stazioni, parcheggi, e la cosa bella è che oggi ritorno alla normalità arricchita di una sensazione che da due anni cercavo, cercavo scavando chissà dove e invece era palesemente davanti a me, ed era la consapevolezza di una certa mancanza e l'occasione di riempirla. Mi manca una persona, una in particolare tra tutte quelle che sono andate via, in maniera spesso molto dolorosa. Mi manca perché mi piacerebbe rivederla in un giorno qualunque, anche di sfuggita, vicino al mare cristallino. Ma sono desideri fini a se stessi, anzi, più che desideri sono bisogni, perché la persona di cui parlo era una delle poche che mi viveva senza giudicarmi, e ridendo di me, delle mie stranezze, con comprensione e tenerezza. Ha un nome che ricorda il vento.
Poco fa ho ripreso tra le mani Jack Frusciante è uscito dal gruppo, che è in assoluto il libro che più mi ricorda te, te e me, il nostro incontro e la nostra storia, della musica che ci ha attraversato la pelle in qualsiasi posto e in qualsiasi momento, mi ricorda la tua chitarra quando studi e impari le canzoni che amo per poi suonarmele seduto sulle lenzuola sempre disfatte. Oggi è un così bel giorno, c'è un sole indolente, ed esattamente un anno fa, per lo stesso strano caldo, indossavi solo un cardigan grigio e una maglietta bianca anche se era sera, fuori da quel cinema minuscolo. Il ventisette aprile si festeggiano le tue mani e la barba che non fai definitivamente da un anno, la tua grafia in ogni cosa che mi hai scritto, il mio profumo dietro le orecchie, i libri e i dischi che ci siamo regalati, si celebra la vita con tutti i fiori che mi hai infilato in tasca quando ero distratta.

giovedì 12 aprile 2012

Settantatré

Mentre tornavo a casa, fuori dal vivaio ho visto un albero sradicato montato sopra un camion, la terra ovunque, la chioma soffocata e spezzata. E' stato automatico pensare alla morte, alla morte e alla vita, e giungere ad una sola conclusione: tu sei la cosa più viva che abbia mai visto. Anche nell'immobilità e nel silenzio resta qualcosa a scorrerti pazzo nel corpo, inarrestabile e vibrante. Vita è il tuo respiro che mi raggiunge ovunque mi giri e in qualsiasi momento. Vita è stato ritrovarti nelle frasi d'amore di Kafka per Milena, la mina della matita stessa era vita, vita segnata per sempre sul bianco.

giovedì 29 marzo 2012

Settantadue

Scrivere solo a distanza di un mese, per poter dar voce a un pensiero triste che sta diventando certezza, che riguarda l'amicizia e quanto io non sia propriamente adatta per averne, alimentarla, proteggerla. Ci ho provato, più volte, e il risultato costante è sempre lo stesso, è come se una calamita perdesse giorno dopo giorno il suo potere di attirare, di unire. C'è comunque, alla fine, una fase grigia, di distacco che mi addolora, piena di fraintendimenti e di incomprensioni. Mi allontano, vengo allontanata, fuggo, cambio strada, resto da sola e piena di dubbi, di paure, ed è quasi angosciante. Perdo fiducia, piano ma costantemente.
Mi piacerebbe avere qualcuno con cui parlare, un rapporto fatto di rispetto, nel quale tra le due personalità in ballo sia già tutto chiaro e tutto spiegato. Prendere la vespa e via, senza troppi impegni. Parlare del mio ragazzo, dell'università, di libri. Con-fidarmi.

giovedì 1 marzo 2012

Settantuno

Ho scritto una canzone per ogni pentimento e debbo stare attento a non cadere nel vino o finir dentro ai tuoi occhi, se mi vieni più vicino.

Lucio Dalla mi ricordava te che non ci sei più, dalle movenze e dalla voce, dall'aspetto. Ero in macchina quando ho saputo che è morto, la stessa macchina dove metto su spesso il suo cd. Su Futura ho pianto con la testa appoggiata al cruscotto, un pianto da bambina, con l'affanno. Un dolore che mi ha sorpreso per la sua intensità, che so spiegarmi a malapena.
E su Cara, poco fa, mi sono persa, facendo sbiadire i pensieri, lasciandomi scivolare i pezzi di questo marzo che è iniziato così, spezzandomi le gambe.

mercoledì 15 febbraio 2012

Settanta

Oggi a tavola papà ha ammesso solennemente che gli unici album che comprerebbe sempre, ancora e ancora, senza badare a spese, in ricchezza e in povertà, in salute e in malattia, sarebbero quelli dei Pink Floyd. Mentre io annuivo e, lo ammetto, un po' mi emozionavo, mia madre ha stroncato quella solennità dicendo E i Pooh, ti sei dimenticato dei Pooh?, come a ricordargli una passione ormai rinnegata. Ho pensato che i Pooh fossero stati la colonna sonora del loro amore, e l'ho detto, ma mamma negava - poi l'ho capito, l'ha fatto per metterlo alla prova. Allora papà, con uno spicchio di mandarino in mano, ha iniziato a canticchiare una loro canzone, dei Pooh dico, e su mia madre si è disegnato un sorriso che non le avevo mai visto, timido e imperfetto, quasi pudico. E' la canzone che ascoltavamo sempre in macchina quando eravamo fidanzati, ha detto papà. E lei, scuotendo la testa come a dire Che scemo..., ecco, è arrossita. La mia lady di ferro è arrossita, illuminandosi di una bellezza inedita, piena di tenerezza.

Poi, nel pre-pisolino pomeridiano, dopo aver chiuso Il museo dell'innocenza di Pamuk, ho riflettuto su quale potesse essere la canzone per quale un giorno, se dio vuole, come dice mia nonna, arrossiremo anche noi. Noi che fino a ieri sera in macchina, con l'acqua neve a picchiare sul vetro, stavamo ascoltando i Ramones - quell'album live che abbiamo comprato insieme. E mi viene da ridere a più non posso se solo penso alla perfezione che nemmeno ci preoccupiamo di sfiorare, non ce ne frega proprio niente, della perfezione, per la quale proviamo un sentimento di indolenza.
Ho una bomba nel cuore che fra poco esplode.

sabato 11 febbraio 2012

Sessantanove

Sessantanove come l'anno in cui ti sarebbe piaciuto esserci per andare a Woodstock, il sessantanovesimo post, ad una millimetrica distanza dal precedente, lo scrivo solo per dire che ho ripreso tra le mani Venuto al mondo della Mazzantini, e rileggendolo ho pensato che assomigli molto a Diego, tu, la stessa magrezza, la stessa pazzia, lo stesso amore grandissimo senza riparo.

Sessantotto

Mi piace il sabato mattina, alzarmi presto, portare Martina a scuola, beccare in radio Watching the wheels di Lennon mentre c'è il sole, finalmente. La settimana scorsa ha piovuto ogni giorno, e in qualsiasi momento t'affacciassi alla finestra, ti accorgevi che non smetteva mai.
Giovedì sera è stata la volta della mia seconda esperienza morettiana, a teatro, con te tutto elegante, in giacchetta, bellissimo, che con quei tuoi occhi ti guardavi intorno con stupore puro. Mi accorgo spesso di quanto tu sia molto più facile, molto più semplice di me, e di te invidio la capacità di farti andare bene ogni situazione, di provare gioia per le esperienze inedite, senza spavento, ma con slancio, curiosità. Io sono sempre più pigra e complessa, rendo tutto più difficile pensando, pensando, rovinando, anche, quello che mi succede.
Ieri mamma mi ha confessato di ricordare qualcosa delle nostre giornate a mare, a Lido bianco, quando tuo fratello, esilissimo e con le orecchie un po' a sventola, uscendo dall'acqua tremava a non finire, sbatteva i denti. Noi due eravamo forse troppo piccoli per ricordare quei tempi senza affanni, pieni di sole, con la pelle ricoperta dal sale del mare, a catturare granchi. Probabilmente non ci parlavamo, non eravamo amici, e se oggi ci penso un po' mi dispiace. Quando poi ieri te l'ho raccontato, dell'aneddoto di mia madre, mi hai detto che è tutto così imprevedibile, la vita fa quello che vuole di noi, ci fa sfiorare con indifferenza e dopo anni ci riconduce verso vie comuni, ci trova persino un posto dove poter fare l'amore.
Dopo le tue parole, ho trovato rifugio incastrando il mio viso vicino il tuo orecchio, annusando piano.