Non voglio scrivere niente di banale, questa è la premessa, e voglio cominciare col dire della mia decisione di buttar via fette di vita (dell'ultima, quella che ho vissuto da un anno a questa parte, anche di più) con una cliccata qui ed una lì, ciao vecchio blog, che quando ti rileggevo mi prendeva una cosa alla pancia che sapeva di vergogna e disagio e schifo da morire, una sensazione che mi prende comunque ma uno poi cerca sempre di migliorare. Ho salvato dalla mia furia semi consapevole soltanto un post di aprile che adesso è lì nella cuoriosa cartella Racconti del mio computer, un post, dicevo, che parlava di te che te ne sei andato e rappresentava a grandi (e inutili) linee la mia promessa di non dimenticarti. Perchè non serviva scrivere, non così tanto, ti ricordo lo stesso ed ogni giorno. Oggi è gennaio.
Ieri in treno ho trovato posto accanto ad un signore che assomigliava a Pasolini, stessi occhiali scuri, stessa magrezza, peccato che non ci siamo detti niente che mi sarebbe piaciuto sentire il tono della voce, avrebbe potuto cancellare quell'incantesimo oppure prolungarlo, ci ho pensato girando la testa e guardando una signora dall'altro lato della corsia. Aveva degli occhi allucinati, è l'unico termine che mi viene in mente, come increduli, incredule le sue mani con delle macchie sul dorso come quelle che ha mia nonna e che stringevano una busta di carta di Thun. Se mi rilasso, collasso.
Se mi chiedessero cosa voglio adesso -a parte un'altro caffè e della forza- direi, ecco, tornare a un pò di tempo fa quando alle otto di mattina con loro due commentavamo il quotidiano, e si discuteva, quando guardavo Carlo e Francesco accendersi le sigarette e poi parlare col fumo che a tratti usciva dalle loro bocche, il fumo della forma delle parole. Penso che erano bei tempi che mai più torneranno e la vita mi sembrava meno precaria di adesso perchè in quelle quattro mura io avevo il mio banco, il mio compagno di banco, una linea tratteggiata con i voti e tante cose da voler dire, e fare, sopratutto fare. Partire.
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