martedì 26 aprile 2011

Trentadue

Le api hanno costruito una specie di nido vicino la tapparella, un tappo piccolo e perfetto e discreto che ho deciso di lasciare lì.
La pioggia è una di quelle certezze che mi risollevano dal tempo che passa così, col sole, col caldo, penso che prima o poi dovrò imparare ad andare in vespa solo per raggiungerti, solo per raggiungere, andare via, divorare la strada e i metri, semplicemente correre, correre piano - fermarsi al lato dei campi che hanno quei fiori gialli comunissimi, gli stessi che circondavano me, Paola e Nicolò in una primavera di tanti anni fa, e i sorrisi sono inspiegabili.
Ieri notte non riuscivo a togliermi dalla testa in modo in cui spegnevi la sigaretta buttandola in mare, al buio, in quel posto solo nostro dove la città la vedevamo da lontano, guardavo quella tua sicurezza spavalda che t'invidiavo anche, una delle tante maschere. Sono solo io, la persona forte tra noi due, forte di questa intransigenza esasperata, di questa intolleranza e di tutte le letture, delle fortificazioni di cui vado fiera e senza scampo, della ricchezza che non avrai mai. La mia sicurezza inaspettata (persino per me) è stata la nostra debolezza.
Annego. Esplodo. Con grazia, con serenità, con le tue promesse tra le dita che si stanno dissolvendo ma per la prima volta non provo dolore, solo faccio caso alla mano, la tua, che bussa in un angolo del cervello, a volte, piano e poi forte, bussa, poi ritorna a non farsi vedere.

Di maggio amerò le viole.

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