sabato 11 febbraio 2012

Sessantotto

Mi piace il sabato mattina, alzarmi presto, portare Martina a scuola, beccare in radio Watching the wheels di Lennon mentre c'è il sole, finalmente. La settimana scorsa ha piovuto ogni giorno, e in qualsiasi momento t'affacciassi alla finestra, ti accorgevi che non smetteva mai.
Giovedì sera è stata la volta della mia seconda esperienza morettiana, a teatro, con te tutto elegante, in giacchetta, bellissimo, che con quei tuoi occhi ti guardavi intorno con stupore puro. Mi accorgo spesso di quanto tu sia molto più facile, molto più semplice di me, e di te invidio la capacità di farti andare bene ogni situazione, di provare gioia per le esperienze inedite, senza spavento, ma con slancio, curiosità. Io sono sempre più pigra e complessa, rendo tutto più difficile pensando, pensando, rovinando, anche, quello che mi succede.
Ieri mamma mi ha confessato di ricordare qualcosa delle nostre giornate a mare, a Lido bianco, quando tuo fratello, esilissimo e con le orecchie un po' a sventola, uscendo dall'acqua tremava a non finire, sbatteva i denti. Noi due eravamo forse troppo piccoli per ricordare quei tempi senza affanni, pieni di sole, con la pelle ricoperta dal sale del mare, a catturare granchi. Probabilmente non ci parlavamo, non eravamo amici, e se oggi ci penso un po' mi dispiace. Quando poi ieri te l'ho raccontato, dell'aneddoto di mia madre, mi hai detto che è tutto così imprevedibile, la vita fa quello che vuole di noi, ci fa sfiorare con indifferenza e dopo anni ci riconduce verso vie comuni, ci trova persino un posto dove poter fare l'amore.
Dopo le tue parole, ho trovato rifugio incastrando il mio viso vicino il tuo orecchio, annusando piano.

lunedì 23 gennaio 2012

Sessantasette

In un noce, sulla sella del tronco, c'era un incavo a conca, la ferita d'un antico lavoro d'ascia, e là era uno dei rifugi di Cosimo. C'era stesa una pelle di cinghiale, e intorno posati una fiasca, qualche arnese, una ciotola.
Viola si buttò sul cinghiale. - Ci hai portato altre donne?
Lui esitò. E Viola: - Se non ce ne hai portate sei un uomo da nulla.
- Sì... Qualcuna...
Si prese uno schiaffo in faccia a piena palma. - Così m'aspettavi?
Cosimo si passava la mano sulla guancia rossa e non sapeva cosa dire; ma lei già pareva tornata ben disposta: - E com'erano? Dimmi: com'erano?
- Non come te, Viola, non come te...
- Cosa sai di come sono io, eh, cosa sai?
S'era fatta dolce, e Cosimo a questi passaggi repentini non finiva di stupirsi. Le venne vicino. Viola era d'oro e miele.
- Di'...
- Di'...
Si conobbero. Lui conobbe lei e se stesso, perché in verità non s'era mai saputo. E lei conobbe lui e se stessa, perché pur essendosi saputa sempre, mai s'era potuta riconoscere così.


(Amo Calvino perché è questo, è tutto qui e milioni di altre cose ancora, perché è colorato, perché quel noce pare pulsare di amore di rossore di gelosia e dolcezza, e ogni cosa diventa fortissima).

Non come te, non come te, mai. Mai niente sarà come i tuoi occhi di nocciola, e come Viola anche tu sei d'oro e miele, nei capelli, sulla nuca. Mai niente come le tue mani.

venerdì 20 gennaio 2012

Sessantasei

Ieri sera, mentre guardavo Almost true in attesa che tornassi a casa dalle tue serate senza di me che chissà come sono, chissà quali sono le cose che dici e i gesti che fai, se ti avvicini troppo o troppo poco, pensavo che mi sarebbe piaciuto moltissimo, nemmeno poco tempo fa, provare a fare la scrittrice - che detto così fa ridere, è una parolona, in realtà non volevo nemmeno scriverla e sapevo che si sarebbe formato in me questo senso di disagio e inadeguatezza, ecco, eccolo, proprio adesso a invadermi. Poi ho cambiato idea perché sono state tante le cose che ho letto, davvero tante, la maggior parte letture meravigliose che da un lato hanno quell'effetto di illuminarmi di immenso e di vita, dall'altro mi viene da dire No, io non ce la farò mai. Ho dei periodi di oblio enormi in cui non butto giù niente, in cui la testa è troppo piena o troppo vuota, allora sono solo pagine bianche. Non penso cambierò idea. Voglio continuare a essere spettatrice della bellezza, diciamo così.
E quindi, mentre guardavo Almost true con Lucarelli che mi intimoriva con tutto il suo gesticolare, ho smesso di pensare e mi sono concentrata, la puntata era sui Beatles, in particolare sul mistero della morte non-morte di Paul, e io mica lo sapevo che forse è morto perché a quanto pare si è strozzato con un salatino in un pub, dopo un litigio con gli altri. Non riuscivo a prendere sonno, né a fissare il poster tridimensionale di Abbey road lì sulla porta. Sono un coniglio. No, a parte gli scherzi, ho un livello di emotività sconvolgente, il che non è un bene. E' devastante.

Vorrei che le giornate fossero quasi tutte così, col freddo e il sole insieme, con mia madre che sintonizza la radio sui canali anni sessanta, parte Rimmel, alza il volume finchè il suono non diventa sgranato e canta, canta.

mercoledì 11 gennaio 2012

Sessantacinque

Fu un trionfo di conghiglie, un omaggio di fiori
per il guanto restituito alla banalità dei cuori,
ad una spiaggia senza sabbia, a una passione intravista
ad una gabbia senza chiave, ad una stanza senza vista,
ad una gabbia senza chiave, ad una vita senza vista.
E intanto milioni di rose rifluivano sul bagnasciuga
e chissà se si può capire
che milioni di rose non profumano mica
se non sono i tuoi fiori a fiorire,
se i tuoi occhi non mi fanno più dormire.


I tuoi occhi non mi fanno più dormire.

giovedì 22 dicembre 2011

Sessantaquattro

Credo seriamente che la tua pelle sia una delle cose più belle e perfette che le mie mani abbiano avuto modo di toccare. Che poi non mi importa se le cose che mi dici le hai già dette, se le stai ripetendo credendoci ancora e sempre più forte, non mi interessa, sono cose che io non ho mai sentito. Come tutte le nostre volte che assomigliano alla prima.

C'è quella scena de La messa è finita, l'ultima, dove Nanni Moretti fa un'omelia bellissima, e dice a mia madre piacevano molto le feste, le feste come questa, oggi sarebbe venuta qui. Ricordo che anche a te piacevano moltissimo. La tombola, il calore, le voci sempre troppo alte - chissà perchè a Natale si grida più del solito, a tavola. La tua è bloccata nella gola, e io non la sentirò più, e oggi fa più freddo del solito. Puoi mandare qui giù un po' di neve?

martedì 20 dicembre 2011

Sessantatrè

E' incredibile come il solo gesto di aprire questa pagina bianca mi svuoti da tutte le parole che vorrei scrivere - che vorrei dire, dirti, spesso urlare. Un giorno di molto tempo fa non dissi una parola, nemmeno una. Avevo il cuore in tumulto e la lingua attaccata al palato che giurava vendetta, però ricominciare fu facile, per poi tornarmi a zittire come faccio ancora adesso. Non so se sia un bene il silenzio che spesso mi impongo, forse è soltanto uno di quei mali benefici, perchè limita i danni. In realtà, di cose da far uscire ne avrei, sono governata da una strana forma di misantropismo che mi attira soltanto a pochissimi disgraziati che sono simili a me; mi piacciono le persone che leggono e che sanno nominare con i giusti accenti i nomi degli scrittori, chi si fa i fatti propri, chi ti presta penne e matite senza fare una piega, chi sa i nomi delle opere d'arte anche nella loro lingua originale.
Per qualche stranissimo incantesimo, per qualche goccia di irrazionalità che è penetrata nei pori di questa pellaccia da antipatica e scontrosa, mi piaci anche tu, che da me sei diversissimo. Quando tremi dal freddo ma resisti con le mie dita fredde dietro la nuca, quando mi guardi da lontano tenendo il filo del nostro sentimento comune, stringendotelo al polso, fino a restarti la forma. E' Natale amore mio, e i miei desideri convergono verso te come fanno le mie mani quando cercano di toccarti, sempre molto lievemente.
Lieve è una parola bellissima, da' della pioggia sottile che sta cadendo adesso. Voglio leggerti ad alta voce La pioggia nel pineto.

martedì 6 dicembre 2011

Sessantadue

L'ultima volta che avevo messo piede al pronto soccorso è stata troppo tempo fa, durante una pasquetta di cui l'unico particolare che ricordo è il tuo sangue sulla brecciolina e il tuo mento spaccato. Ti rompevi sempre qualcosa durante quei giorni di festa, io facevo fatica a crederti ma poi constatavo che era vero. Facevo fatica a crederti sempre, e alla fine le circostanze della vita, fino ad oggi, mi hanno suggerito che ho sempre fatto bene ad essere così diffidente. Ora ritorni e mi vuoi incontrare per parlare un po', particolare che mi fa capire quanto tu, in anni e anni di amicizia, di me abbia capito ben poco. A me non piace parlare.
Avevo quasi dimenticato i corridoi dai colori tenui e la maleducazione di certi infermieri sempre così arrabbiati (è davvero raro conoscerne di gentili e disponibili), ma ho dovuto resistere, soprattutto per te, che ti giravi e rigiravi cercando una posizione per attenuare il dolore. Attraverso la mano che mi stringevi sempre più forte nella mente ti imploravo di passarmene un po', chissenefrega se poi avrei sofferto anch'io. Non mi importa niente di niente.
Non mi importa del Natale e del Capodanno, dei ritardi e del sangue, dei ciondoli degli orecchini che si staccano e non si fano trovare, dei vestiti, della fatica, del mio lavoro che a volte sfiora lo sfruttamento, a pericolo che un giorno io mi giri e dica cazzo, vedetevela voi. E' un periodo per così dire nero, e nei periodi neri sono riuscita sempre a cavarmela, non mi fa più paura il senso del tunnel buio e stretto esattamente da quando stiamo assieme, che sono diventata una specie di guerriera incosciente. Ahah.

giovedì 17 novembre 2011

Sessantuno

Le tue ciglia bagnate quel pomeriggio al mare erano il particolare più bello dell'estate.
Che questa storia dei particolari, dell'unghia spezzata, del filo della barba fuori posto, della grafia che per un attimo diventa storta quando non ci sono righe, della parola che ti sconvolge l'intero racconto, è una storia complicata. E' un tipo di attenzione che non sempre eserciti, preso dall'enormità di quello che ti circonda - a me, per esempio, piace tantissimo osservare le case, i palazzi, vedere se le persiane sono chiuse o aperte e se le luci sono spente o accese. All'improvviso mi circonda un calore particolare, quasi materno, pieno di profumi conosciuti. Spesso mi sorprendi col naso all'insù, come ad inseguire un odore o il momento in cui una tapparella viene buttata giù. La giornata sta finendo.
Leggo contemporaneamente Thackeray e Pinketts, distanze incredibili che come molle si allungano e si accorciano e su quelle molle ballano i sentimenti che pur dopo anni e anni sono sempre gli stessi, identici, in qualsiasi libro o canzone. Immutati restano l'amore, la rabbia, la gelosia, il groviglio di sensazioni nello stomaco, l'umorismo. C'è qualcosa di rassicurante in questo, nel non cambiamento mentre il resto muta senza pietà, con fretta. Sarebbe bello, un giorno a caso, poter dire oggi non ho fretta e ascoltare le ore che scivolano e non provare nulla, niente di niente. Come una pulizia interiore che dura giusto il tempo di cancellare quello che non ci serve, il superfluo, i ricordi arrugginiti, i giorni (troppi) passati ad aspettare.

giovedì 10 novembre 2011

Sessanta

Fuori piove come se non ci fosse un domani - pensavo a quanto sarebbe bello, e giusto, passare serate del genere insieme, sotto il piumone, a parlare e fare l'amore piano. Mi viene in mente l'espressione montare a neve, delicatissima, quando tutto diventa bianco e schiumoso. Tu sei la bella estate, mesi e giorni trascorsi senza fretta con il cuore in trepidazione, giorni di calore intenso, di luce accecante, di mareggiate inattese.

lunedì 7 novembre 2011

Cinquantanove

In camera mia non ci sono più libri perchè la vecchia libreria da un giorno all'altro mi sarebbe crollata addosso, ed entro fine settimana dovremmo montare l'altra. Ho sempre pensato che se quelle mensole non avessero retto mi sarebbe venuto un sacco da ridere, o da piangere. Guardare quell'ammasso di fogli stampati, di copertine a terra e chiedermi perchè senza trovare risposta. Perchè leggo, perchè voglio spostarmi nel tempo.
Ora il muro è sgombro, bianco, un abisso. Roba che tra un po' mi inghiotte.