lunedì 31 gennaio 2011

Otto

Resistenza mia, con chi ti avrò tradita?
Bastava aspettare fino a mezzogiorno, in fondo. Con le guance che scottavano e il quaderno aperto su una infinità di frecce e segni rossi e di matita che sono i miei appunti, poi, dopo venti minuti, uscire e riprendere tutto. E' incredibile il senso di vuoto, di pesantezza e leggerezza insieme. E' incredibile anche quanto io la stia facendo troppo lunga e poetica questa faccenda del primo esame all'università che è andato. Bene. Benissimo. E chissenefrega? Nessuno è blu, nessuno più. Ricordo che i Baustelle mi accompagnarono nel tragitto scuola casa casa scuola il giorno dell'ultima prova alla maturità. Oggi escono le materie per gli esami di quest'anno e mi sembra che mi sia passata tanta di quella roba addosso e altra ancora sotto i ponti, per le strade, tante sono stati i discorsi i pensieri e i ripensamenti che quasi non ci credo. A fine gennaio il cerchio si chiude. Non a fine dicembre, come si usa credere, dieci, undici, dodici, che importanza ha, quando ogni cosa scorre come sempre e le ore del giorno sono sempre ventiquattro ed io resto quella che non dice mai granchè e si affanna, e mi esce il fumo dalla testa.

martedì 25 gennaio 2011

Sette

Una delle cose che più mi ha colpito nel tragitto per Pisa sono stati i nidi degli uccelli tra i rami spogli mentre pioveva per tutto il tempo, erano innumerevoli, avevo preso a contarli ma poi ci ho rinunciato e mi sono limitata a pensare ma è incredibile. Avevo un canarino, da piccola, che un giorno ho liberato e che sicuramente sarà morto, ed ogni volta che lo guardavo mi veniva in mente la sigla di Heidi quando dice saresti un uccellino in gabbia che di noia morirà, e la cosa mi faceva male, presumo. Altrimenti non avrei avuto motivo di lasciarlo andare. Mi piaceva quando cinguettava alle sei del mattino, e il modo in cui girava la testa per vedere chi gli si avvicinava.
Oggi riguardavo delle foto che nemmeno ricordavo di avere, qui sul pc, e mi sono sorpresa nel ritrovarti, chiuso in una cartella rinominata superficialmente, tanto superficialmente che non ne ricordo il titolo neanche adesso che sto ripensando all'espressione del tuo viso -decisamente sorpresa dallo scatto- e al colore della maglia che indossavi, a righe nere e azzurre. Al puntino rosso al posto delle tue pupille. (I tuoi occhi non li vedo più, a te ti sembra facile). E' stato un colpo. Tutto iniziava con te, e tutto finiva. Questa cosa mi è venuta in mente ieri nel treno mentre era fermo tra i campi che coltivano l'uva che non c'era.

venerdì 21 gennaio 2011

Sei

C'è questo posto vicino casa mia, un centro sociale per anziani, che raggiungo quando ne ho bisogno e che trovo estremamente speciale, nel vero senso della parola, ci sono gli scalini alti e piante enormi e buio quanto basta, un posto perfetto per pensare. Accendo la sigaretta, guardo il cicas imponente davanti a me ficcato nel vaso largo, mi siedo, vedo i vecchietti entrare, uscire, li sento parlare in dialetto di cose che non capisco, sorrido perchè sono simpatici, ho sempre pensato che dai settant'anni in su ci siano le persone più belle. Ho in tasca le due penne a gel che ho comprato perchè la signora della cartolibreria non mi ha dato nemmeno una bustina, due penne, una rossa e una nera perchè con una penna blu non riuscirei a scrivere, già butto giù cagate, figuriamoci con la poca sensazione di sicurezza che mi ispira una penna blu cosa potrebbe venire fuori. Dovrei tornare a casa a studiare, dovrei parlare con te di quello che non va bene, dovrei fare tante cose che non ho il coraggio nè la forza di fare -mi manca il respiro, in questi giorni- invece vado in focacceria. Per dire. Ho visto mille volte in questo spazio solo mio un azzurro che fa piangere, come dicono i Baustelle in quella canzone che mi fa commuovere. L'indaco è un titolo bellissimo anche se intorno è tutto nero, qui, lì, sulle teste dai capelli cotonati delle nonnine che ridono e tengono strette sotto il braccio la borsa. Io non ce l'ho nemmeno, una borsa, o meglio ce l'avrei e non solo una ma non le porto mai con me, sono così poco pratica, mi stufa cercare. Ho le penne nella tasca, e l'accendino, e i soldi, e il cellulare che non mi serve a niente, innumerevoli scontrini e un pocket coffee, non voglio andarmene. Mi preparo a invecchiare qui, tanto la mia testa è già a metà strada, sono una saccente settantenne travestita da una quasi ventenne, sto solo aspettanto che il mio corpo raggiuga il tempo del mio cervello e poi via, magari nel frattempo imparerò a indossare pure una borsa e addirittura tenermela stretta, chissà, che dietro con me voglio portarmi anche i libri.

lunedì 17 gennaio 2011

Cinque

La vena della misantropia si gonfia ancora sul collo e vorrei, puntalmente, tapparmi le orecchie e non sentire più, non sentire insieme alle voci anche tutto il resto, nessuna emozione, come un'imbambolata insensibile. Se mi rilasso collasso, mi manca l'aria e l'allegria. Noi e tutti i concerti del primo maggio ai quali non abbiamo partecipato, ogni ricordo si trasforma in rimpianto per qualcosa che poteva starci, poteva esistere insieme a noi e ai sogni ma che ovviamente è diventato impossibilità, altrimenti perchè si chiamerebbe così, in questo modo triste, rimpianto. Oggi sono stata con l'altra metà della mia vita che però non lo sa e se lo sa fa di tutto per ignorarlo, questo dettaglio, ma di male non me ne fa quasi più, sono anni che va avanti, questa nostra storia che storia non si può chiamare. E le parole che abbiamo usato più spesso sono state coraggio-paura-ansia-libri-studio-egoismo che racchiudono in linea di massima quello che siamo, sono i limiti, i confini e i contorni della mia immobile esistenza e anche della sua. Ma dentro, mi si muove di tutto, anche il marcio che si trascina dietro le cose di cui non ho bisogno e che non mi fanno bene -l'inerzia, i chiarimenti mai avuti, i gesti mancati- e per poco non mi viene il vomito, a volte mi sale tutto in gola sottoforma di conati ma poi butto giù, giù, schiaccio lo stomaco col respiro che non faccio uscire. Immagine sublime.
Vorrei che qualsiasi elemento che mi sta intorno fosse come un libro che si apre e si legge, senza copertina rigida perchè quelle non mi piacciono, no, niente di difficoltoso da maneggiare. E che sia giallo, dello stesso giallo del Così parlò Zarathustra che, tremando di terrore e impazienza, hai comprato oggi.

sabato 15 gennaio 2011

Quattro

Tra il viale delle mimose e il viale delle camelie c'è un posto, che Foscolo canterebbe come all'ombra de' cipressi, dove mi sono seduta e ho parlato da sola, a bassavoce, anche se intorno non c'era nessuno. Io penso che sia segno di apertura mentale -più concreto che altro- quello di dare voce ai pensieri e sentirsi, da fuori dico, ma tanto non dura mai troppo, poi torno nel mio limbo tra le mie cose, a ricordare, a studiare (ultimamente si sta rivelando un diversivo decisamente efficace), il cellulare è lì buttato e ignorato e in rigoroso silenzio, a volte lo guardo e mi chiedo che cavolo ce l'ho a fare. Se solo non esistessero anche tutti gli altri telefoni del mondo, mi verresti a cercare fin sotto casa rischiando di non trovarmi e andandotene via dispiaciuto, almeno questo è quello che vorrei ci succedesse. Tu che mi cerchi ed io che sono irreperibile. Non è crudele, non è stupido, è solo dimostrazione di qualcosa a me che nessuno dimostra niente. Tu, mai un gesto diverso dai mille che ho conosciuto e imparato a memoria.
A me oggi viene ancora da piangere per quanto bene ti voglio.
Poco fa mio fratello mi ha mandato un messaggio con scritto: sono al burger king con Immanuel Kant. Poi se hai tempo per favore spiegami come si possa fare a convivere con certa gente senza sbroccare.

venerdì 14 gennaio 2011

Tre

Vabbè, ho un blog, e capirai, è il terzo che apro e sarà il terzo che poi cancellerò dopo essermi resa conto che le cose saranno ancora una volta cambiate. Eppure non posso fare a meno di scrivere, sulle agende, sui fogli, sul bordo delle pagine da studiare, in questa pagina bianca, perchè succede esattamente questo: essendo una persona abbastanza timida e, a detta degli altri (che fortunatamente delle volte sanno essere perspicaci) anche piuttosto antisociale, c'è questa chiusura semi irreversibile che mi divora e non mi lascia contatti con altro se non con il mio tempo, quello intimamente mio, e con l'introspezione, e con i libri che sono il mio strumento per l'introspezione, per la scoperta, per vivere -anche se suona paradossale. Detesto le ripetizioni quando si scrive, ma talvolta sono inevitabili, eppure di parole ne abbiamo a disposizione a migliaia e ce ne sono alcune, poi, sempre migliori di altre, ma no, quella che serve è sempre l'unica. Mi perdo in discorsi che non hanno concretezza e svolazzano e sbattono contro le pareti verdi della mia camera, dove quando mi giro, in senso antiorario, vedo il testo di Baudelaire dei Baustelle scritto un pò storto su un foglio arancio che sta lì ad indicarmi e a ricordarmi sapientemente il modo per tendere all'infinito, e poi le cartoline di Keith Haring di Adriana che tu dici, verranno da chissà dove, invece sono state inviate dalla Sicilia e sembrano tutte simili tra loro e invece non lo sono affatto, la porta, gli incagati pupazzetti di mia sorella, tristissimi, orrendi, poi ci sono di nuovo io seduta tra le altre cose trascurabili, ciao.
Sono così intransigente, e affranta, da fare quasi pena, poco esatta, poco, poco e basta. E ostile almeno quanto Manuel Agnelli quando sui giovani ci scatarra su.

mercoledì 12 gennaio 2011

Due

Non voglio scrivere niente di banale, questa è la premessa, e voglio cominciare col dire della mia decisione di buttar via fette di vita (dell'ultima, quella che ho vissuto da un anno a questa parte, anche di più) con una cliccata qui ed una lì, ciao vecchio blog, che quando ti rileggevo mi prendeva una cosa alla pancia che sapeva di vergogna e disagio e schifo da morire, una sensazione che mi prende comunque ma uno poi cerca sempre di migliorare. Ho salvato dalla mia furia semi consapevole soltanto un post di aprile che adesso è lì nella cuoriosa cartella Racconti del mio computer, un post, dicevo, che parlava di te che te ne sei andato e rappresentava a grandi (e inutili) linee la mia promessa di non dimenticarti. Perchè non serviva scrivere, non così tanto, ti ricordo lo stesso ed ogni giorno. Oggi è gennaio.
Ieri in treno ho trovato posto accanto ad un signore che assomigliava a Pasolini, stessi occhiali scuri, stessa magrezza, peccato che non ci siamo detti niente che mi sarebbe piaciuto sentire il tono della voce, avrebbe potuto cancellare quell'incantesimo oppure prolungarlo, ci ho pensato girando la testa e guardando una signora dall'altro lato della corsia. Aveva degli occhi allucinati, è l'unico termine che mi viene in mente, come increduli, incredule le sue mani con delle macchie sul dorso come quelle che ha mia nonna e che stringevano una busta di carta di Thun. Se mi rilasso, collasso.
Se mi chiedessero cosa voglio adesso -a parte un'altro caffè e della forza- direi, ecco, tornare a un pò di tempo fa quando alle otto di mattina con loro due commentavamo il quotidiano, e si discuteva, quando guardavo Carlo e Francesco accendersi le sigarette e poi parlare col fumo che a tratti usciva dalle loro bocche, il fumo della forma delle parole. Penso che erano bei tempi che mai più torneranno e la vita mi sembrava meno precaria di adesso perchè in quelle quattro mura io avevo il mio banco, il mio compagno di banco, una linea tratteggiata con i voti e tante cose da voler dire, e fare, sopratutto fare. Partire.

lunedì 10 gennaio 2011

Uno

Diciassette ottobre* e poi dieci gennaio, più di tre mesi che qui non scrivo nulla anche se sono successe così tante cose, niente di estremamente memorabile sia chiaro, per quello mi sa che bisognerebbe aspettare un'altra vita, chessò io, però c'è una cosa da dire, che io ho continuato a scrivere, c'è la carta, e la penna, e ci sono le pagine da sfogliare che per me sono insostituibili e decisamente più belle, è più bello l'effetto che fanno le parole scritte non qui ovviamente, ma sul foglio perchè ci senti la pressione e ci vedi su gli errori e l'inchiostro quando ne esce troppo e ti macchia il dorso della mano. Stavo riflettendo poco fa cercando di dare un ordine razionale al turbine dei miei pensieri, e credo proprio che devo imparare a parlare, a mandare al diavolo la gente dal momento che diciannove anni non mi sono bastati ed è ora che mi dia una svegliata perchè c'è chi se lo merita, lascia perdere che siano o no amici, migliori amici, conoscenti, famigliari, chissenefrega, sono una persona sincera chiusa nel suo silenzio, e quanto vale una sincerità di questo tipo, a cosa giova? un aiuto, vorrei, che sia sufficiente, che apri uno spiraglio oltre questo buio, il buio che vivo di notte quando mi chiudo in soggorno a studiare perchè il silenzio dell'una, delle due è davvero splendido, pulito, dormo poco, cinque ore, che se mi stendo comunque non ci riesco e mi sembra tanto una perdita di tempo, sono territoriale come un gatto, no ti prego non toccare le cose che stanno sulla mia scrivania che potrei farti seriamente del male. Mia madre sostiene che ho un brutto carattere, me l'avesse detto una volta sola, macchè, come se non ne fossi già consapevole ma che ci devo fare, sarà per questo motivo che nessuno mi si avvicina e cresco (forse) nella quasi più totale solitudine che però è tanto bella, se riesci a viverla a dovere, e non mi importa, non mi interessa cambiare poi per gli altri, fosse per me è un conto, ma per gli altri, puà, chi me lo fa fare? che poi ti buttano giù e ti prendono a calci e a prese per il culo e non fanno un benchè minimo sforzo per capirti, a loro importa solo di non essere delusi e non si accorgono di quante delusioni seminano quando camminano e quando guardano male e quando non guardano affatto, e feriscono con le parole, lo diceva anche Oscar Wilde ed è probabilmente una frase che mai scorderò, diceva che le parole possono far più male di una sassata. C'aveva ragione, lui, hanno ragione le persone diverse, hanno tutti ragione, anche tu che ti sei allontanato per salvarti, sicuramente, come ha fatto lo stesso Bassotuba che se n'è lavato le mani, e il culo, della storia che avevamo che era per me bellissima, la più bella storia di non amore (o di amore incredibile) che io abbia mai avuto, che ci vuole così eh, niente ci vuole. Sparire, so sparire anche io, mi cancello dai socialnetwork che tanto dieci cento mille amici non mi cambiano la vita, poi scendo in strada e non ci so nemmeno fare un dialogo, e non ci salutiamo nemmeno non concludiamo niente. Peccato però, ti sentivo soltanto da lì, altro squallore. E ora per farti sapere che mi manchi e che oggi nel treno ascoltavo gli Smiths e ti ho pensato per circa tutto il viaggio di ritorno, come posso fare? il treno si fermava tra i campi dove si coltiva l'insalata che è verde come i tuoi occhi, eh, sembra una stronzata, assomiglia tanto a quella cosa lì di Benigni delle zucchine che quando la vidi mi emozionai, sembra una stronzata, sembra appunto. I tuoi occhi non li vedo più , canta Dente nella sua ultima canzone che è così strappamutande e romantica che è quasi stupenda, è la dolcezza che desideri e quella di cui hai bisogno, questo me lo dico io da promemoria.
Questo è uno stream of consciousness che nemmeno James Joyce. Sti gran cazzi, direbbe una persona che conosco io.
Valà, non lo rileggo nemmeno.

*riferito all'ultimo post del vecchio blog.