mercoledì 11 maggio 2011

Trentacinque

Alla fine entrare, entrarci dentro fino al collo in questi pomeriggi di maggio che non è che non torneranno più, ma potrebbero moltiplicarsi, moltiplicato il vento e gli scogli asciutti, il groppo in gola delle cose non dette e di quelle capite, gli stupori, moltiplicato il profumo del tuo collo e la pulsazione sentita sulla tua scapola. Per poi scoprire che quando eravamo embrioni ci siamo avvicinati, le pance delle nostre madri vicine, a fianco del mare, ma non ti ricordo, non ricordo che il presente e violenti bagliori di immagini passate che un po' di male fanno.

Il giorno che ho visto e ascoltato Nanni Moretti ho pensato che tutto trovava finalmente un senso. Non solo grazie a lui, alla sua voce lenta e ragionata e a quell'indignazione che sta sempre sul punto di essere liberata, e alla barba, di Nanni Moretti, e le camicie che indossa, avevano un senso le parole e i minuti spesi a pensare di poter fare e creare. Avevano un senso le panchine che ho occupato quando avevo bisogno di fermarmi a prendere un libro e leggere, riprendere fiato. Avevano un senso i battiti qui sotto, tutto è stato di nuovo dritto e la testa mi ha fatto meno male. Ho lo stomaco che è da buttare, ma resiste, si gira e rigira e contrae quando stai per arrivare. E il cuore che se ne frega, che continua.

lunedì 2 maggio 2011

Trentaquattro

Una delle prime cose che mi vengono in mente quando penso a un mio amico che si chiama Dario è che trema, ha le mani sempre vibranti di qualcosa che non ci siamo mai riusciti a spiegare in tanti anni di amicizia e cose condivise che non erano solo i banchi, vicini, di scuola. C'era da impazzire. Oggi sono io che tremo sul vialetto di casa nel non-freddo di maggio, avanti e indietro, cammino, aspetto di mettermi il cuore in pace, aspetto le lucertole che mi fanno sussultare quando corrono nell'erba alta che nessuno taglia più; c'era una biscia, o almeno credo che fosse stata una biscia, che l'altro giorno sbatteva contro il muro del vivaio, nera, lucida, calda di sole. Ho saltato fino in strada, col sangue alla testa, maledicendo questa distrazione, questa testa sempre nel posto dove non dovrebbe essere, con la musica nelle orecchie che fa il resto e, molto spesso, fa del male, in tutti i sensi. Quel serpente mi ha portato fortuna dal momento che, credendolo come qualche strano presagio (da brava pessimista), ultimamente ci sia troppo bene, in questa vita sbandata, che segue il mio cervello pesante. Del bene. Del bene nella tua spalla destra, in quel solo punto dove si racchiude tutto, qualora la parola tutto abbia un senso. Il naso affondato nei tuoi effetti benefici e curativi, e tremo, tremo manco fosse dicembre e fosse natale e fosse la paura di quei giorni, ma la paura la riconosco, è sgradevole, è adrenalinica. Pietra serena è il mio cuor, ha scritto Gipi quella volta. Pietra serena è il mio cuore che batte nel rosso.

sabato 30 aprile 2011

Trentatrè

No, Hàiele, io non voglio essere lasciato in pace da te. Non so cosa mi succede in questo breve tempo che ti conosco, ma è pienezza. Non è solo amore di un ragazzo frastornato è collera verso un male che non conosco, di cui so pochi nomi, è che ti vedo così sola che per forza ti deve stare alle spalle qualcuno e sono io, un qualunque ragazzo, che si sente tutte le età addosso per il solo fatto che ti sta davanti. Io non so dire che ti amo perchè l'unico posto che ti vorrei baciare è dove comincia la tua fronte, sotto i tuoi capelli.

Col cuore pieno si chiude aprile.

martedì 26 aprile 2011

Trentadue

Le api hanno costruito una specie di nido vicino la tapparella, un tappo piccolo e perfetto e discreto che ho deciso di lasciare lì.
La pioggia è una di quelle certezze che mi risollevano dal tempo che passa così, col sole, col caldo, penso che prima o poi dovrò imparare ad andare in vespa solo per raggiungerti, solo per raggiungere, andare via, divorare la strada e i metri, semplicemente correre, correre piano - fermarsi al lato dei campi che hanno quei fiori gialli comunissimi, gli stessi che circondavano me, Paola e Nicolò in una primavera di tanti anni fa, e i sorrisi sono inspiegabili.
Ieri notte non riuscivo a togliermi dalla testa in modo in cui spegnevi la sigaretta buttandola in mare, al buio, in quel posto solo nostro dove la città la vedevamo da lontano, guardavo quella tua sicurezza spavalda che t'invidiavo anche, una delle tante maschere. Sono solo io, la persona forte tra noi due, forte di questa intransigenza esasperata, di questa intolleranza e di tutte le letture, delle fortificazioni di cui vado fiera e senza scampo, della ricchezza che non avrai mai. La mia sicurezza inaspettata (persino per me) è stata la nostra debolezza.
Annego. Esplodo. Con grazia, con serenità, con le tue promesse tra le dita che si stanno dissolvendo ma per la prima volta non provo dolore, solo faccio caso alla mano, la tua, che bussa in un angolo del cervello, a volte, piano e poi forte, bussa, poi ritorna a non farsi vedere.

Di maggio amerò le viole.

venerdì 22 aprile 2011

Trentuno

Trentuno non è il numero di questo mese che è racchiuso in trenta giorni che vorrei non finissero - questo sole che non scalda abbastanza, le tue ore che ritornano per poi finire, le messe saltate perchè non credo più in nulla, gli scalini dove ci mettiamo a ragionare incuranti di chi ci passa vicino con le sue scarpe il suo giubbotto i suoi capelli, tutte le cose che ho visto e sentito, ad aprile, e tra queste ci sei tu che probabilmente resterai la migliore perchè sei un mare senza onde come i mari della Grecia, o quelli che sfioro in punta di piedi nelle sere d'agosto, nel nero pesto, con una maglietta bianca e la cordicina del costume che fa male alla nuca. E pensarti è pericoloso più o meno quanto ascoltare Luigi Tenco la mattina presto, che rischi di portarti addosso strascichi di nostalgia, mancanza e bellezza che potresti non reggere.
Perdevo pezzi di me che più avrei ritrovato, esattamente un anno fa. Perdevo i tuoi occhiali che chissà dove saranno adesso e il modo che avevi di arricciare il naso quando il sole copriva le tue pupille che si dilatavano, perdevo la tua forza incredibile e le gambe da gnu che ti portavano ovunque, mi è rimasto tutto e niente, se guardo nel bicchiere le cose strabordano e poi un attimo dopo c'è il rumore del vuoto, lo stesso che fa lo stomaco quando vuol essere riempito di cibo. Liò, ma che ci fai lì?

Vorrei che la mia vita fosse come la colonna sonora che Nino Rota ha composto per il film di Fellini Otto e mezzo, ecco.

lunedì 18 aprile 2011

Trenta

Sotto casa mia c'è un gatto senza un occhio che è stato aggredito da un cane, ed è pieno di paura, ogni volta che passa una macchina sussulta, scappa. E' stato abbandonato ma agli umani continua ad avvicinarsi, ogni volta che esco mi segue per un tratto di strada, sento il campanellino che gli è rimasto al collo tintinnare, si infila nei miei passi con la sua coda lunga. Piccolo, cosa ti hanno fatto? Poi fa le fusa che sono come le uniche carezze della giornata.



Sai, tu mi intimidisci molto e sono innamorato di te. Prendere il telefono, respirare coraggio, dire tutto, dire ti amo, oggi a lezione pensavo a quanto mi piacerebbe scriverlo a qualcuno, scrivergli buongiorno e buonasera e buonanotte, riscoprire la dolcezza che ho lasciato sigillata da qualche parte che non ricordo, prendere tra le mani sguardi, biglietti, bracciali, fare come fa ogni persona quando ama, sfiorare, ecco, io vorrei sfiorarti con un tocco impercettibile il braccio sinistro e godere della ricchezza delle sensazioni, tornare, sedermi sulle scale del circolo degli anziani e descrivere tutto con le parole migliori che conosco, buttare via le ore vuote e la freddezza, questo gelo perenne che a primavera è inedito. Mi arriva fino alle ossa. Toglierti la fatica, vorrei, insieme alla tua camminata strana, gli occhi neri e tutte le cose che hai imparato negli anni, appuntarmele e ripeterle a mò di preghiera, con le palpebre tremanti.
Mi ricordi la sabbia che viene smussata dal vento e dalle onde, che riposa serena e lenta nel fondo del mare, tra tutti quegli odori e rumori muti e mai forti, sembri farti spazio in quel tipo di silenzio, mentre appanni la vista ai pesci. Voglio lasciarti delle impronte, solo questo.

Mi attappo le orecchie per non sentire le voci che circolavano nell'aria esattamente un anno fa, e che ti portavano non so dove.

giovedì 14 aprile 2011

Ventinove

E' una cosa stranissima il fatto che ogni volta che ci incontriamo finiamo puntualmente per fare cose memorabili, come la lezione di storia contemporanea andata a monte per correre a un incontro di lotta comunista con quel professore che accendeva la sigaretta e poi la lasciava lì a bruciare sul posacenere, il fumo a coprire tutto, i volantini, quel ragazzo bellissimo, le vie della città con le automobili incazzate. E tu che sei sempre tu in questo posto in cui tutti cambiano a velocità che non conosco, gli occhiali sulla testa, le mani con le unghia cortissime, sai, sono parti in cui mi riconosco e rivedo il tempo in cui si rideva di ogni cosa. Abbiamo persino ripetuto un copione, tra la tua emozione che andava e veniva, su e giù nello stomaco, ai piani più alti della facoltà da dove ci siamo affacciati incoscienti. Alla meraviglia della solita vita maledetta che ti porterà a Rio de Janeiro. Ai nostri discorsi, brinderei.

Stamattina, mentre la guardavo nel suo maglione color prugna, pensavo a quanto sarebbe bello fotografare la preziosa e tacita gioia di mia nonna quando mi mostra le sue piante e i suoi fiori che nonostante le intemperie primaverili continuano a crescere e a sbocciare, da lei c'è il sole e il caffè, la frutta più buona presa dal mercato e un letto disfatto soltanto da un lato.

martedì 12 aprile 2011

Ventotto

Scendendo le scale del sottopassaggio, rasente ai muri con le indecifrabili scritte spray, oppure semplicemente per strada, sulle panchine di marmo tu non arrivi e non t'incontro. Mai e poi mai e come mai. Mi devo accontentare per tantissimi giorni della visione della tua schiena e di ciò che comporta, lo sguardo vuoto di colore se non uno soltanto. Era bello il cielo d'inverno come i tuoi denti. Belli bellissimi, i tuoi denti.
Mi sento come Massimo Troisi quando in Ricomincio da tre scopre che Marta ha fatto l'amore con qualcun'altro che non era lui, poi va a chiudersi in bagno per dare spazio allo squarcio che gli si è aperto dentro. Ai palazzi crollati, alle bottiglie di vetro gelate che scoppiano, pà, il botto, tutto.

domenica 10 aprile 2011

Ventisette


Questo si chiama rivalutare il sabato pomeriggio. Insieme al treno semi deserto e alle spillette che abbiamo lasciato lì ma che ci piacevano un sacco, il sole splendente, la sfortuna tragi-comica. Poi al lavoro una bambina mi ha ricordato me da piccola, stessi capelli scuri, stessi occhi grandi, e poi ancora bimbi biondi, trecce e capelli ricci, che urlano, e non riescono ad arrampicarsi sulle gomme, e mi si scioglie il cuore, io sono debole.
Io solo ad una persona ho detto qual'è il mio più grande sogno, e non sono più sicura che se lo ricordi, che gli venga ancora in mente il momento bellissimo in cui ho aperto il cuore e ho gettato via tutto, i fogli scritti e le righe incomplete, le penne nere scariche, le mani sulla fronte per una frase che non aveva forma. Una ad una, le immagini che portavo dietro gli occhi e in qualche altra parte del corpo. Ci ripenso ora che ho finito di leggere un libro che è come se avesse spiegato (nel significato di distendere ciò che è piegato) le piege di questi vent'anni silenziosi. La liberazione, è stata come la liberazione.

E scrivere, in fondo, secondo me, è un po' questo, è come farsi crescere dentro la pancia una macchina per lo stupore.

lunedì 4 aprile 2011

Ventisei

(Attenzione, perchè la parola capelli è scritta, quasi volontariamente, più volte).

C'è questo libro rosso ciliegia che non riesco a finire perchè ho poco tempo ma che non vedo l'ora di mettere vicino agli altri, sempre rossi, ovviamente. E' il racconto di una vita, di nomi che scordo in fretta perchè sono troppi. Fuori c'è acceso un lampione si e uno no, e poco fa mi meravigliavo di quanto i miei capelli siano cresciuti e di come nessuno lo sappia e se ne accorga. Da piccola li ho sempre portati corti, li tagliavo anche alle bambole che mi guardavano con quegli occhi inespressivi e atroci, bambole che ho buttato via perchè non mi sono mai piaciute, perchè non davano mai voce a niente che portavo dentro. Giocavo con le macchinine di mio fratello, disegnavo palazzi, balconi, piantine di case, ero innamorata di Marco che era innamorato di Angelica, e adesso ogni volta che la incrocio per strada mi torna in mente tutto, le prime ingiustizie, le prime fitte allo stomaco. Il silenzio che sarebbe diventato mio, quel peso. Imponente, mi ha fatto conoscere l'insicurezza, il sospetto.
Poi d'improvviso tutti gli anni per terra come i capelli dal barbiere, cantava De Gregori che oggi compie sessant'anni e non me lo ricordavo. Quando metto Pezzi in macchina decido di andare verso il mare che in questi giorni è calmo e non segue il vento, magari è anche caldo e il bagno si potrà fare, ma non mi importa. Certe cose basta guardarle per sentirle nella loro interezza, guardi una mela e ne conosci già il sapore, voglio dire questo. Immagini e automaticamente sai. Io so dei tuoi capelli. Era solo per ricordare l'ultimo verso dell'Infinito.